Guccini e l’incontro del ‘72
Proprio per il carattere di questa rubrica, e in pieno accordo con la redazione, non potevano che dedicare questo numero a un musicista, poeta e cantante che ha segnato artisticamente, esistenzialmente, filosoficamente la cultura italiana fino alla sua scomparsa lo scorso 6 agosto 2026. Lo facciamo nel nostro solito modo da speleologhi critici.
Che incontro è quello della famosa canzone di Francesco Guccini del 1972? È l’incontro con il fantasma della morte. Correndo lungo le scale del futuro, nella stazione di Bologna, se lo ritrova improvvisamente davanti nelle sembianze del passato. Così come Amleto s’imbatte in quello del padre sulle scale esterne nella nebbia del castello danese di Elsinor.
“Quasi nulla era cambiato in lei…
Come un istante “déjà vu”,
Ombra della gioventù, ci circondava la nebbia”.
Ma da dove arriva questo fantasma d’amore? Un autentico fantasma originario non può che provenire dal futuro, così che questo di Guccini del 1972 proviene da quarant’anni dopo, dal 2012. Alla fine dell’estate di quell‘anno Francesco si chiude per settimane dentro uno studio di registrazione del tutto particolare, insieme a un gruppo di musicisti e tecnici amici consolidati di lunga data. È il Mulino Chicòn con abitazione, di proprietà di suo nonno, situato in provincia di Pistoia, a Pàvana (con l’accento tonico sulla prima a). Francesco, nato a Modena nel giugno del 1940, ci ha vissuto i primi cinque anni della sua vita, e ci è tornato poi per ogni successiva estate dell’infanzia e dell’adolescenza. Si chiude là dentro per catturare tutte le atmosfere fantasmatiche della sua infanzia e adolescenza per farle riverberare nel L’ultima Thule, ossia L’ultima terra, che è anche il suo ultimo disco con otto canzoni inedite. L’ultimo in assoluto è Canzoni da osteria, ma sono canti popolari e cover di altri autori, uscito nel 2023. Ma ecco riaffiorare, tra lo scalpiccio dei suoi sandali e gli scrosci del fiume Limentra che risuonano nel disco nel 2012, anche il riverbero opalescente della ragazza incontrata alla stazione di Bologna nel ’72. Il titolo della canzone è L’ultima volta. Due strofe di cinque versi cantano:
Quando è stata quell’ultima volta
che ti ho vista e poi forse baciata
dimmi adesso ragazza d’allora
quando e dove te ne sei andata
perché e quando ti ho dimenticata
Ti sembrava durasse per sempre
quell’amore assoluto e violento
quando è stato che finito il niente
perché è stato che tutto si è spento
non ha visto nemmeno settembre…
È proprio il fuggire, lo svanire della gioia e della gloria dell’amore in sé, rappresentato
qui da uno ritenuto illusoriamente grande nel grandioso squarcio di speranze della nostra giovinezza. Un amore mai morto, mai sepolto e per questo esso non può che ripresentarsi come fantasma all’improvviso lungo le scale di una stazione ferroviaria nel 1972.
“Stoviglie color nostalgia… I nostri miti morti ormai… Le cose sognate e ora viste… La nostra città tanto triste… Carte e vento volan via dalla stazione… Freddo e luci accese forse per noi lì…”.
Ossia il disincanto dopo l’incanto; l’opalescenza fantasmatica della morte, dopo il fulgore e la totalità d’amore per la vita della giovinezza. Questo fantasma non può fare a meno di correre lungo le scale, sui vagoni dondolanti, “sempre in una direzione”, anche se esso non è in realtà diretto da nessuna parte, perché esso è la stazione stessa dentro lo sguardo, la parola, la coscienza, la percezione dell’intera civiltà che noi siamo, che ognuno di noi è.
“Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa
Restano i sogni senza tempo,
Le impressioni di un momento”.
Ma perché si ritiene che lo sguardo, ossia ciò che vedono gli occhi della civiltà, cioè i nostri, sia vero, autentico, ‘oggettivo’, quando sono proprio questo sguardo e la parola, le frasi, il pensiero, la coscienza, i simboli che ne derivano e che riempiono il cuore a svelarsi vuoti a perdere nella testa, illusori, ingannevoli, fallaci, transeunti?
“Siamo qualcosa che non resta
Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.
Qui il testo intero di Incontro, 1972
E correndo mi incontrò lungo le scale
Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei
La tristezza poi ci avvolse come miele
Per il tempo scivolato su noi due
Il sole che calava già rosseggiava la città
Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda
Come un istante “déjà vu”
Ombra della gioventù, ci circondava la nebbia
Auto ferme ci guardavano in silenzio
Vecchi muri proponevan nuovi eroi
Dieci anni da narrare l’uno all’altra ma
Le frasi rimanevan dentro in noi
“Cosa fai ora? Ti ricordi
Eran belli i nostri tempi
Ti ho scritto è un anno
Mi han detto che eri ancor via”
E poi la cena a casa sua
La mia nuova cortesia
Stoviglie color nostalgia
E le frasi, quasi fossimo due vecchi
Rincorrevan solo il tempo dietro a noi
Per la prima volta vidi quegli specchi
Capii i quadri, i soprammobili ed i suoi
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway
Il sentirsi nuovi
Le cose sognate e ora viste
La mia America e la sua diventate nella via
La nostra città tanto triste
Carte e vento volan via nella stazione
Freddo e luci accesi forse per noi lì
Ed infine, in breve, la sua situazione
Uguale quasi a tanti nostri film
Come in un libro scritto male
Lui s’era ucciso per Natale
Ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio
Povera amica che narravi dieci anni in poche frasi
Ed io i miei in un solo saluto
E pensavo dondolato dal vagone
“Cara amica il tempo prende, il tempo dà
Noi corriamo sempre in una direzione
Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa
Restano i sogni senza tempo
Le impressioni di un momento
Le luci nel buio di case intraviste da un treno
Siamo qualcosa che non resta
Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.
Riccardo Tavani
Foto: elaborazione AI di Eligio Scatolini

