La linea di sangue sul chilometro ventinove

Ventitré maggio millenovecentonovantadue. Sabato pomeriggio. Sull’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, all’altezza dello svincolo per Capaci, c’è un tratto di asfalto apparentemente identico a mille altri. Ma sotto quell’asfalto, in un canale di scolo, ci sono cinquecento chili di tritolo, nitrato d’ammonio e T4. Un mix micidiale. C’è un uomo nascosto sulla collina che guarda la strada con un telecomando in mano. Aspetta. Aspetta tre Fiat Croma. Quando la prima auto si trova esattamente sopra il punto scelto, quell’uomo schiaccia un bottone.

Il boato è immenso. Una colata di cemento e terra si solleva verso il cielo, l’autostrada si sventra e il tempo si ferma. Lì dentro, in quel cratere, finisce un pezzo di storia d’Italia.

Ecco, questa è la storia di quella strage. Ma per capirla dobbiamo guardare dentro quelle auto, una per una, e incontrare i loro destini.

I protagonisti del sacrificio

Giovanni Falcone

Il bersaglio. L’uomo che guidava la Croma bianca. Giovanni Falcone non era solo un magistrato, era un metodo vivente. Aveva capito, prima di chiunque altro, che per combattere la mafia non bastavano i blitz isolati, bisognava seguire i soldi. Follow the money, diceva. Aveva tolto l’acqua dentro cui i pesci di Cosa Nostra nuotavano indisturbati. Era ironico, colto, profondamente siciliano e incredibilmente solo. Sapeva benissimo di essere un condannato a morte, lo diceva spesso che il conto con la mafia era solo rimandato. Quel pomeriggio guidava lui, voleva rilassarsi dopo il volo da Roma. Non sapeva che quel gesto avrebbe cambiato la dinamica dell’impatto.

Francesca Morvillo

Accanto a lui, sul sedile del passeggero della Croma bianca, c’è sua moglie. Francesca Morvillo non è semplicemente la moglie di un grande uomo. È una donna straordinaria, una delle prime magistrate in Sicilia, una mente brillante che lavora al Tribunale dei minori. Condivide con Giovanni non solo la vita privata, ma l’esilio costante, la paura, le finestre blindate, le rinunce. Una vita senza figli, perché mettere al mondo dei figli in quella situazione sarebbe stato un atto di irresponsabilità, dicevano. Muore poche ore dopo l’esplosione in ospedale, sussurrando le sue ultime parole d’amore verso il marito.

Vito Schifani

Ventisette anni. È lui alla guida della Croma marrone, la vettura di testa, quella che viene investita in pieno dall’esplosione e vola oltre la carreggiata, sparendo in un cumulo di macerie. Vito è un ragazzo solare, ama la velocità, ama la vita. Si è sposato da pochissimo con Rosaria ed è diventato padre di un bambino di soli quattro mesi. La sua colpa? Credere che difendere lo Stato fosse un dovere, anche a costo di rischiare tutto. La sua morte lascerà una ferita aperta e il grido disperato di sua moglie Rosaria ai funerali diventerà l’urlo di un’intera nazione.

Rocco Dicillo

Trent’anni, pugliese di Triggiano. Siede accanto a Vito Schifani nella prima auto. Rocco è un ragazzo serio, preciso, un professionista della sicurezza. Aveva superato il concorso per la scorta e quel lavoro lo faceva con orgoglio, nonostante sapesse benissimo a quale inferno andasse incontro. Pochi giorni prima della strage, parlando con i colleghi, aveva espresso il presentimento che qualcosa di terribile stesse per accadere. La terra di Sicilia lo accoglie e lo divora in quel maledetto cratere.

Antonio Montinaro

Trent’anni, anche lui pugliese, di Calimera. Antonio è sul sedile posteriore della Croma marrone. È il caposcorta, l’ombra di Falcone. Avrebbe potuto chiedere il trasferimento, avrebbe potuto defilarsi. Invece no. A chi gli chiedeva perché rischiasse la vita ogni giorno, rispondeva che era una scelta, che qualcuno doveva pur farlo per poter guardare in faccia i propri figli. Lascia la moglie Brizio e due bambini piccoli. Il suo corpo viene ritrovato a centinaia di metri di distanza, a dimostrazione della violenza inaudita di quel tritolo.

Perché Falcone doveva morire?

Perché Cosa Nostra, guidata da Totò Riina, decide di mettere in piedi un attentato di tipo militare, così clamoroso e visibile, anziché un più discreto colpo di pistola a Roma? Le motivazioni sono profonde e collegate a un disegno strategico preciso.

La prima motivazione è una gigantesca resa dei conti. Falcone, insieme a Paolo Borsellino e al pool antimafia, era stato l’architetto del Maxiprocesso. Per la prima volta nella storia, Cosa Nostra era stata alla sbarra come un’organizzazione unitaria e verticistica. E il 30 gennaio 1992 la Cassazione aveva confermato gli ergastoli. Il mito dell’impunità dei boss era crollato. La cupola doveva punire l’uomo che aveva firmato la loro fine.

Falcone non era più a Palermo, era a Roma, al Ministero di Grazia e Giustizia. E da lì stava facendo cose ancora più pericolose per la mafia. Stava creando la DIA, la Direzione Investigativa Antimafia, e la DNA, la Direzione Nazionale Antimafia. In pratica, stava unificando le indagini a livello nazionale e internazionale. Riina capisce che se Falcone diventa il Superprocuratore, per Cosa Nostra è finita ovunque, non solo in Sicilia. Bisogna fermarlo prima che prenda servizio.

Maggio 1992 è un momento di vuoto politico enorme in Italia. Il Parlamento è riunito per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e non riesce a trovare un accordo. La strage di Capaci è un messaggio terroristico mirato a destabilizzare le istituzioni, a dimostrare che la mafia è più forte dello Stato e può dettare le condizioni, piegando le ginocchia ai palazzi romani.

I corleonesi pensavano che uccidendo Falcone avrebbero chiuso la partita. Pensavano che il terrore avrebbe generato il solito silenzio, l’omertà di sempre. Ma questa volta i calcoli di Totò Riina si rivelano tragicamente errati. Succede qualcosa che i boss non avevano previsto.

La strage di Capaci, seguita meno di due mesi dopo da quella di via D’Amelio in cui perde la vita Paolo Borsellino, provoca una vera e propria scossa elettrica nella coscienza collettiva.

Palermo e l’Italia intera si svegliano dal torpore. I balconi della città si riempiono di lenzuoli bianchi con scritte contro la mafia. Nascono i movimenti spontanei, i comitati dei cittadini. I giovani scendono in piazza a urlare la loro rabbia, rompendo un muro di silenzio che durava da decenni. La chiesa palermitana alza la voce con forza. La mafia non è più una questione che riguarda solo poliziotti e magistrati, diventa una vergogna collettiva da estirpare.

Quella morte non ha spento le idee di Falcone. Al contrario, le ha diffuse ovunque. Le sue idee hanno cominciato a camminare sulle gambe di migliaia di persone che, da quel ventitré maggio, hanno smesso di avere paura.

Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

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