Il lupo perde il pelo, ma non il vizio…
Secondo tradizione, anche nell’ultima tornata elettorale hanno vinto tutti e, ovviamente, hanno perso tutti gli altri. Si resta frastornati a sentire i commenti dei vari esponenti di partito, tanto più che i comuni in gioco erano tanti e i risultati disegnano un’Italia a pelle di leopardo, con diverse vittorie e sconfitte nelle diverse città. Come d’altronde è naturale che sia.
Unico elemento omogeneo è la scarsa affluenza alle urne: neanche il “campanile” muove più la nostra ingravescente pigrizia politica.
Di fronte a tanta confusione ho chiesto a Chat GPT di darmi un quadro complessivo del risultato elettorale. E la risposta, certamente non di parte, è stata sorprendente.
Facendo una media dei risultati nei comuni maggiori, sembra che il partito più votato sia stato il Partito Democratico con il 24-28% dei suffragi. Segue Fratelli d’Italia con il 18-20%. Più lontani tutti gli altri: Forza Italia 6-9%, Lega 5-8%, Movimento 5 Stelle 4-7%, Alleanza Verdi e Sinistra 4-7%. Le liste civiche, sempre protagoniste a livello locale, sono il primo partito con almeno un 25-30% di suffragi.
Nei 18 capoluoghi di provincia al voto il centrosinistra ha vinto subito in 7 capoluoghi; il centrodestra in 3; i civici/indipendenti in 2; 6 capoluoghi andranno al ballottaggio. Rispetto alla situazione preesistente, i due principali schieramenti hanno guadagnato un comune in più ciascuno.
Si direbbe che i commenti politici non rispecchino fedelmente questa realtà. In particolare il PD non sembra essere consapevole del suo primato, mentre FdI esulta per una pretesa vittoria, che in realtà non c’è stata. Valli a capire questi politici!
Di solito, per fortuna, i commenti postelettorali lasciano il tempo che trovano. In questo caso, invece, potrebbero avere delle sgradevoli conseguenze. Infatti l’ineffabile premier Meloni ha dichiarato entusiasticamente, sulla spinta di tanto consenso popolare (ma quale?), che il suo prossimo obiettivo sarà la riforma elettorale, da attuare a spron battuto. Come fosse un decreto emergenziale.
Davvero non ne sentivamo il bisogno: ne abbiamo avuto tante negli ultimi trentacinque anni, e son servite soltanto a far crescere l’astensionismo. Avevamo una buona legge elettorale, uscita dalle urne del referendum del 1991 con larghissima maggioranza (il 95,57%!), che ci dava un sistema maggioritario. Ma non piaceva ai partiti, che hanno prima deciso di correggerla (il mattarellum), poi di abbatterla definitivamente (porcellum, italicum e rosatellum). Il messaggio è stato chiaro: non conta la volontà popolare, conta l’interesse dei partiti, cioè della “casta” politica.
L’idea che FdI voglia cambiare la legge elettorale vigente – con la quale ha vinto le ultime elezioni politiche – sembra demenziale: questa (pur brutta) legge ha consentito alla coalizione di governo di ottenere una maggioranza assoluta pur avendo una risicata maggioranza relativa, e di governare senza ostacoli e con assoluta stabilità. Che cosa si può volere di più?
La risposta possibile è una sola ed è, purtroppo, allarmante: si vuole una nuova legge Acerbo.
Per chi non ricordasse, la legge Acerbo fu approvata durante il primo governo Mussolini (quello insediatosi nell’ottobre 1922, cent’anni precisi prima del governo Meloni). Modificava il sistema proporzionale in vigore dal 1919, integrandolo con un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi a beneficio del partito più votato, qualora questo avesse almeno il 25%. La scusa per una legge tanto assurda era di garantire la stabilità del governo. E infatti il governo che ne uscì fu abbastanza stabile da portare alla rovina con una guerra quanto mai sanguinosa non soltanto l’Italia, ma il mondo intero. Comunque, la legge Acerbo sancì l’inizio della dittatura: non ci furono più libere elezioni dal ‘24 al ‘46.
Certo, i tempi sono cambiati, ma il principio è lo stesso: un meccanismo che moltiplica i voti, dando un potere esorbitante a una minoranza che abbia una modesta maggioranza relativa.
È in gioco un meccanismo simile a quello usato per spingere la legge di riforma del CSM, bocciata dagli elettori: si denuncia un problema che non esiste (in quel caso, la separazione delle carriere) per giustificare una legge che serve ad altro. La si chiama riforma della giustizia, ma non modifica i meccanismi della giustizia: serve solo ad aumentare il potere dell’esecutivo.
Similmente, si agita un problema inesistente: il rischio di instabilità del governo. E ci vuole una gran faccia di tolla, visto che questo è il governo più stabile del dopoguerra. Ma si vuole solo aumentare il potere dell’esecutivo, al di là, è evidente, dei limiti costituzionali e della ragionevolezza. Che le elezioni servano a garantire principalmente la rappresentanza dei cittadini sembra un fatto trascurabile e superfluo, come nel 1923.
Cesare Pirozzi

