Il buio sul campo di terra: la corsa di Dodò e l’instancabile voce di Francesca

C’è un campetto di calcio alla periferia nord di Crotone in una frazione che si chiama Margherita. È una sera di giugno del duemila nove e fa caldo. È quella temperatura appiccicosa che ti resta addosso e non ti lascia respirare bene. Su quel rettangolo di terra battuta si gioca una partita di calcetto. Niente di speciale. Solo una sfida tra amici e conoscenti. Tra i giocatori c’è un bambino. Ha undici anni e si chiama Domenico ma tutti lo chiamano Dodò.

Dodò è un ragazzino sveglio che a scuola va forte e che scrive lettere ai potenti per chiedere una casa vera per la sua famiglia. Quella sera Dodò è felice perché sta facendo la cosa che ama di più al mondo. Correre dietro a un pallone.

Ma in certi posti e in certi momenti il destino non segue le regole del gioco. Il destino arriva con il volto coperto e il ferro in mano. Improvvisamente il rumore dei palleggi e delle grida gioiose viene cancellato da qualcosa di diverso. Qualcosa di secco e violento. Sono spari. Molti spari. Due sicari irrompono sul campo. Cercano un uomo che si chiama Gabriele Marrazzo. È un emergente della mala locale. Lo trovano e lo uccidono subito. Ma i killer non si fermano. Non guardano chi hanno davanti. Scaricano i caricatori all’impazzata contro chiunque si trovi sulla traiettoria delle pallottole. Nove persone restano a terra ferite. Tra loro c’è Dodò. Un colpo alla testa lo centra in pieno mentre corre.

Inizia un tempo sospeso. Un calvario fatto di sirene e luci fredde di ospedale. Crotone poi Catanzaro. Tre mesi di battaglie in sala operatoria. Il fegato poi il cervello. Il venti settembre del duemila nove Dodò smette di lottare. La notizia gela il sangue perché un bambino che muore su un campo di calcio è una ferita che non si rimargina. Ma questa non è solo la fine di una vita breve. È l’inizio di un’altra storia. Una storia fatta di una dignità che fa quasi paura per quanto è solida. È la storia di Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele. I genitori di Dodò.

Per anni Francesca non si è data pace. Ma non ha scelto il silenzio. Ha scelto di parlare. Ha scelto di trasformare il dolore in una lama affilata contro l’indifferenza. È diventata un simbolo della lotta alle mafie. Insieme a Libera ha girato l’Italia per raccontare la storia di suo figlio. Non voleva celebrazioni vuote. Voleva impegno. Diceva sempre che non esiste un posto sbagliato per una vittima innocente. Al posto sbagliato ci sono solo gli assassini e i criminali. Francesca è entrata nelle scuole e ha guardato negli occhi migliaia di ragazzi. Ha spiegato loro che la mafia si sconfigge con la cultura e con il rifiuto dell’omertà. Ha creato il Premio Dodò Gabriele per premiare chi si spende per la legalità. Ha lottato perché la memoria del figlio diventasse un seme di cambiamento.

Poi arriviamo a oggi. È l’undici giugno del duemila ventisei. La notizia arriva piano ma colpisce forte. Francesca Anastasio è morta. Se n’è andata dopo anni passati a testimoniare che il male si può combattere anche quando ti toglie tutto. È morta portando avanti fino all’ultimo respiro quella battaglia di giustizia e verità che era diventata la sua ragione di vita. Ora la sua voce si è spenta ma resta quello che ha costruito. Resta l’esempio di una donna che non ha mai abbassato la testa davanti ai barbari. Resta il ricordo di un bambino con la maglia da calcio e quello di una madre che ha fatto della sua assenza un grido di libertà per tutti noi. Perché come diceva lei la memoria ha senso solo se diventa responsabilità.

Se volete ascoltare le parole dei genitori di Dodò sulla loro missione di legalità, potete guardare questo video. L’eredità di Dodò Gabriele Questo filmato raccoglie testimonianze dirette sull’impegno della famiglia Gabriele nel mantenere viva la memoria di Domenico attraverso l’attivismo sociale.

di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

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