Clodio Fabato: Il Decurione dell’ombra e della luce

Nel cuore di Rignano Flaminio, un paese a pochi chilometri a nord di Roma, incastonata come una gemma nel muro esterno della Chiesa dei Santi Abbondio e Abbondanzio, una pietra parla ancora. È la stele di Clodio Fabato, un uomo la cui vita ha attraversato i confini del mondo allora conosciuto e, forse, i confini della fede stessa.

Dalle sponde dell’Andalusia al Golgota Nato a Niebla (l’antica Ilipula, in Spagna), Clodio Fabato fu un soldato di carriera, un decurione, nell’esercito romano, il decurione era l’equivalente del centurione, ma per i reparti di cavalleria, comandava un gruppo di dieci cavalieri. Fabato, serviva sotto il comando del centurione Longino. La leggenda, alimentata da una pergamena custodita a Simancas, racconta che Fabato fosse presente a Gerusalemme in quel fatidico 33 d.C.. Era lì, nell’ombra della Croce, testimone oculare del momento in cui il corpo di un uomo diventava il perno della storia. Si dice che sia stato proprio lui, al ritorno in Spagna, a inviare una lettera alla madre Julia Marcella per raccontare l’inafferrabile evento a cui aveva assistito.

Un amore oltre la pietra Ma il vero testamento di Fabato non risiede nei rapporti militari, bensì nelle parole di sua moglie, Atilia Marcella. Quando Clodio morì a Rignano, Atilia non scelse per lui un elogio di battaglie e conquiste. Scelse la metafisica. L’iscrizione (CIL XI 3963) è un distillato di sapienza antica: “Il mio corpo è terra, ma il mio spirito viene dal cielo”.

Queste parole rivelano una donna di profonda cultura, capace di sintetizzare il dualismo tra la corruttibilità della carne e l’eternità dell’anima. È una dichiarazione d’amore che scavalca i secoli, trasformando un veterano romano in un viandante della luce eterna. Oggi, il legame tra Niebla e Rignano è suggellato da un gemellaggio che onora questo “ultimo testimone”.

A distanza di secoli proviamo a far parlare di se Clodio Fabato che nato a Niebla, città della Spagna sotto il dominio di Roma, la lascia per arruolarsi nell’esercito romano diventando decurione ed è presente alla crocifissione di Cristo.


Il mio nome è Caio Clodio Fabato. Se oggi cercate ciò che resta di me, troverete una pietra grigia murata nel campanile di una chiesa a Rignano Flaminio. Ma la mia storia non è fatta di roccia: è fatta di polvere, sangue, e una luce che non appartiene a questo mondo.

Tutto ebbe inizio a Niebla, che noi chiamavamo Ilipula, nell’estremo occidente della Spagna. Ricordo il colore rosso della mia terra, l’odore degli ulivi e il peso del primo gladio che impugnai. Ero un figlio di Roma nato lontano da Roma, con il desiderio di servire l’Impero per trovare il mio posto nell’universo. Diventai un soldato, poi un decurione. Fui assegnato alla scorta del centurione Longino. Non sapevo, allora, che quel comando mi avrebbe portato dritto al centro del tempo.

Nell’anno che i calendari avrebbero poi segnato come il 33 della vostra era, mi ritrovai a Gerusalemme. Era il primo d’aprile del Calendario Giuliano. Il caldo era denso, soffocante. Ricordo il rumore dei calzari sulla polvere della salita verso il Golgota. Eravamo lì per un’esecuzione come tante, o così credevamo. Ma mentre quell’uomo veniva innalzato sulla croce, accadde qualcosa che nessuna disciplina militare poteva spiegare. Il cielo si oscurò come se il sole avesse vergogna di guardare.

Vidi Longino sollevare la lancia. Vidi l’acqua e il sangue. In quel momento, io, Clodio Fabato, decurione di Roma, compresi che ciò che stavamo uccidendo era solo un involucro. Sentii per la prima volta che dentro di noi vibra qualcosa che non può essere trafitto dal ferro. Scrissi a mia madre, Julia Marcella, rimasta a Niebla, cercando di spiegarle l’inspiegabile. Le raccontai di quell’uomo e di come la morte sembrasse, d’un tratto, un ritorno a casa.

Gli anni del servizio finirono. Il mio viaggio mi portò in Italia, lungo la Via Flaminia, tra le colline fertili che circondano il monte Soratte. Lì, a Rignano, conobbi Atilia Marcella.

Non fu solo mia moglie; fu la custode della mia anima. Nelle sere passate a guardare il tramonto sulle valli, le raccontavo del buio di Gerusalemme e della luce che avevo intravisto oltre quel buio. Atilia mi ascoltava con una saggezza antica, comprendendo i Princìpi che io avevo appreso nel sangue della battaglia. Sapeva che non ero solo un veterano con le cicatrici sulle braccia, ma un pellegrino in attesa.

Invecchiai tra quelle mura, sentendo il mio corpo farsi pesante, simile alla terra dei campi che calpestavo. Ma lo spirito, quel Caelestis Spiritus di cui parlavamo sempre, si faceva ogni giorno più leggero, impaziente di tornare alla sua sede originaria.

Quando infine la morte venne a prendermi, Atilia non pianse come chi ha perso tutto. Prese una stele e vi incise la nostra verità. Non scrisse delle mie battaglie, non elencò i miei gradi militari. Scrisse che il mio corpo era terra, ma che il mio spirito apparteneva al cielo.

Ora sono qui, prigioniero del travertino nel campanile dei Santi Abbondio e Abbondanzio. La gente passa, guarda la pietra, legge il mio nome. Ma io non sono lì. Come Atilia ha promesso al mondo, io godo ormai della luce eterna. Sono tornato nel luogo dove lo spazio e il tempo non sono che polvere, e dove ogni decurione depone finalmente l’armatura per diventare puro raggio di sole.


di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

Trailer del docufilm che ricostruisce proprio il viaggio di Clodio Fabato, realizzato con il patrocinio dei comuni di Rignano Flaminio e Niebla, proprio per suggellare il gemellaggio tra le due città nato intorno alla figura di questo soldato.

 “NIEBLA EL ULTIMO TESTIGO DE CRISTO” https://www.youtube.com/watch?v=28H-_a3_xwI

Oltre al docufilm, esiste un volume che fa da base a queste ricerche: “Clodio Fabato. Il decurione di Rignano Flaminio”: un libro che analizza l’iscrizione CIL XI 3963 e cerca di far luce sul mistero della pergamena di Simancas (un documento che alcuni storici considerano una copia medievale di un testo più antico, e altri una testimonianza diretta).

 

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