L’estate più calda di sempre e il negazionismo politico
Se qualcuno avesse chiesto una prova definitiva, una dimostrazione evidente del cambiamento climatico, ora l’ha avuta: chiara e drammatica oltre ogni attesa.
Mi riferisco a questa estate 2026, la più calda da quando esistono i termometri e si registrano le temperature.
La siccità ha ridotto la portata del Po del 70-80%. Ma il Danubio è talmente in secca che hanno dovuto chiudere la centrale nucleare romena di Cernavoda, che fornisce un quinto della loro energia elettrica; la Francia — che dipende dal nucleare per quasi il 70% della propria elettricità — ha dovuto fermare o ridurre diversi reattori nell’agosto 2026 a causa del caldo e della siccità: due a Chooz, sulle Ardenne, per la riduzione della portata della Mosa; uno a Cattenom, per il calo della Mosella; riduzioni temporanee di potenza a Bugey, Tricastin e Saint-Alban. Il motivo tecnico è sempre lo stesso: i reattori usano acqua di fiume per raffreddarsi, e quando la portata scende o la temperatura dell’acqua sale troppo, l’impianto non riesce più a scaricare il calore in sicurezza. Non è un fenomeno nuovo — la Francia aveva già avuto problemi simili nell’estate 2022 — ma l’estate 2026 sembra particolarmente critica, con tutti i Paesi europei colpiti contemporaneamente dalla combinazione siccità-ondate di calore.
Questo per dire che non solo l’agricoltura e il settore zootecnico (per non parlare di tutti i comuni cittadini) soffrono della siccità. Ne soffrono, in realtà, tutte le attività produttive. Ma anche per dire che forse il nucleare non è una risposta ottimale al cambiamento climatico.
Le temperature di picco sono state torride ed hanno portato con sé migliaia di morti evitabili nella sola Europa. Ma il fenomeno non riguarda soltanto i braccianti e le persone anziane in Europa; in Africa riguarda anche i bambini che muoiono di fame e malattie per la siccità. Ancora è in corso il conteggio, che non è cosa banale: bisogna riuscire a depurare i dati delle morti in più dalle morti comunque attese. Un macabro conteggio, per centinaia di migliaia di vittime.
E poi sono arrivate le piogge torrenziali, le tempeste, le alluvioni. E nuove ondate di calore.
Quest’anno, per la prima volta, tra gli eventi estremi c’è stata la catastrofica frana-inondazione del Nepal. Scartata l’ipotesi di un innesco di tipo sismologico dell’evento, oggi sembra che la causa risieda in un anomalo disgelo a quota 5000 metri: una cosa mai successa in passato, e semplicemente impensabile qualche anno fa.
Non ci sono più scuse per non vedere, o per rimandare scelte ormai urgenti, oltre che vitali.
Ma la politica, come d’altronde l’informazione, dà più spazio al caso Ranucci, o alla questione primarie e campo largo. Beata incoscienza… O forse beata irresponsabile idiozia!
Forse per questo le emissioni globali di CO2 negli ultimi 10 anni sono aumentate ancora del 7-8%, anziché almeno diminuire. Eppure il ritmo di crescita delle emissioni si sta riducendo rispetto ai primi anni 2000, grazie soprattutto all’espansione delle rinnovabili: nel decennio 2015-2025 le emissioni fossili sono cresciute di circa 0,8% all’anno, contro l’1,9% annuo del decennio precedente (2004-2013), e questo grazie all’aumento delle energie rinnovabili nel mondo.
Vorrei soffermarmi su queste due facce della medaglia.
Da una parte, infatti, il fenomeno dimostra che ancora si consumano troppi combustibili fossili, e che non si è riusciti nemmeno a fermare l’aumento della produzione di CO2: non dico le emissioni, che sarebbe troppo sperare. E non è una cosa buona.
Dall’altra, il rallentamento della crescita di produzione di CO2 è la prova che il viraggio verso le energie rinnovabili è già iniziato e funziona. Ed è una speranza.
L’Europa ha aggiunto più di 70 GW di nuova capacità rinnovabile nel 2024; economie piccole, come quelle di Spagna, Portogallo e Austria hanno dato il buon esempio con percentuali di rinnovabili tra l’80 e il 90%. Ma Paesi molto grandi e in crescita, come Cina (che da sola rappresenta circa il 60% della crescita globale della capacità rinnovabile, con oltre 260 GW di nuova capacità rinnovabile installata nel 2024) e India (che nel 2024 ha aggiunto oltre 17 GW di solare ed è avviata a raddoppiare nei prossimi anni) hanno dato un contributo imprevisto. Dico imprevisto perché si tendeva ad attribuire l’onere di ridurre le emissioni di CO2 prevalentemente ai Paesi con un retaggio “storico” di emissioni più antico e consistente, e invece anche grandi Paesi ancora in via di sviluppo hanno sentito il bisogno di farlo. A differenza degli USA, che hanno deciso di aumentare il consumo di carburanti fossili, nonostante che la loro responsabilità sia storicamente di gran lunga maggiore.
Dunque il rallentamento dell’aumento (scusate il bisticcio, ma di questo si tratta) ci dice tre cose: che il passaggio alle energie rinnovabili è globalmente possibile; che è fattibile anche nei Paesi in crescita, come Cina e India; ma che ancora si fa troppo poco, davvero troppo poco.
Resta poi da sottolineare che il viraggio green è frenato, per precise scelte politiche, in paesi come USA e Italia, i cui governi lo considerano un fatto ideologico dannoso per lo sviluppo economico. Persino Paesi in grande espansione industriale come, appunto, Cina ed India hanno capito che le energie rinnovabili non sono un ostacolo allo sviluppo. Ma lo hanno capito anche i molti Paesi europei (anche non UE) che hanno superato il 50% di rinnovabili: Albania (99,3%) e Norvegia (99,1%) sono quasi al 100% grazie soprattutto all’idroelettrico; Danimarca (88,6%, trainata dall’eolico), Lussemburgo (87,4%), Portogallo (78,6%), Lituania (75,8%), Svezia (73,1%), Croazia (67,6%), Lettonia (65,1%), Austria (63,9%), Estonia (63,2%), Montenegro (63,2%), Finlandia (58,7%), Georgia (58,5%), Irlanda (54,1%) sono abbastanza avanti e non hanno avuto contraccolpi economici. La Germania (52,0%) ha appena superato la soglia del 50%.
Probabilmente, secondo Trump e Meloni, sono degli autolesionisti. Ma per il mondo intero sono un esempio e un aiuto concreto per uscire dall’autolesionismo della produzione di gas serra, che è l’unico, vero, criminoso e stupido autolesionismo. E tutti loro (dalla Cina comunista all’Europa capitalista) ci hanno dimostrato che il passaggio all’energia rinnovabile non danneggia l’economia. Anzi costituisce un baluardo contro le impennate del conto energetico determinate dall’attuale situazione geopolitica.
La lezione che il clima ci ha dato quest’estate è importante, anche se fa male. La lezione dei Paesi più virtuosi lo è altrettanto. Non agire di conseguenza è davvero grave e inescusabile.
Cesare Pirozzi

