Femminicidi, sei donne uccise da Ferragosto: “Silenzio assoluto del governo Meloni”

Sono sei le donne che, da Ferragosto e in una settimana, sono state uccise da compagni, mariti o ex fidanzati. Non una di meno aveva registrato 40 femminicidi dall’inizio dell’anno all’8 agosto ma nel giro di pochi giorni ne vanno aggiunti altri sei.

E vogliamo ricordare i loro nomi. Carmela Bifano, Joanna Rouissi, Michela Rubiu, Ornella Forastefano, Tania Terrin, Maria D’Alessandro.

Nessuno del governo ha ritenuto opportuno parlare o farsi sentire, un silenzio intollerabile che dice molto, purtroppo, così come sempre ad intervenire sono state invece le associazioni e i centri antiviolenza.

Elisa Ercoli, presidente della Rete Nazionale Differenza Donna, ha detto che le norme securitarie da sole, non servono a nulla se si vuole un cambiamento reale e duraturo. La maggior parte dei casi avevano un alto livello di pericolosità e per questo motivo dovevano essere usati gli strumenti di protezione ancora una volta non applicati dalle Istituzioni.

Non dimentichiamoci che negli ultimi mesi la politica, sotto la pressione dell’estrema destra di Vannacci, è arrivata a mettere in discussione il termine stesso di femminicidio e la necessità o meno di un reato specifico (introdotto proprio dal governo Meloni). E mentre le istituzioni perdono tempo a discutere, i casi non si fermano. Come ben sappiamo poi il periodo estivo, come tutti i periodi di vacanza, fa emergere le fragilità ed esplodere i disagi. Così nel pieno dell’emergenza caldo e mentre l’Italia si fermava per andare in vacanza, altre sei donne sono state uccise.

Nel paradosso totale, il governo Meloni ha inasprito le pene e inserito un reato specifico di femminicidio, però quasi nulla è stato fatto sul fronte della prevenzione. Anzi, il ministro Valditara ha firmato una legge che vieta l’educazione sessuo-affettiva prima delle superiori e la consente in seguito solo con l’autorizzazione dei genitori.

“In questi anni la vita delle donne in Italia è peggiorata”, continua Ercoli di Differenza Donna, “e le donne muoiono nella noncuranza istituzionale. Questo governo ha la responsabilità di una totale inerzia e indifferenza ai problemi reali delle donne, mentre devono invece rispondere immediatamente. Nel nostro paese manca totalmente la prevenzione e la protezione non viene applicata perché gli stereotipi e i pregiudizi minimizzano e banalizzano la gravità della violenza che le donne subiscono nelle relazioni intime. La sottovalutazione delle istituzioni è tale da non ritenere nemmeno di dover usare strumenti che pure esistono”.

Secondo Differenza Donna, il vero problema è l’applicazione delle norme antiviolenza, visto che “le Forze dell’Ordine sono in numero di molto inferiore a quello che servirebbe e non hanno adeguata e capillare formazione specialistica”. La rete antiviolenza e cioè tutti i settori che devono contribuire all’uscita dalla violenza, rimane informale e affidata al senso di responsabilità dei singoli.

A essere messo in discussione in queste ore, è tutto il sistema di protezione per una donna che denuncia una violenza. In particolare, la morte di Tania Terrin che aveva già denunciato l’ex compagno, compagno che era stato a sua volta denunciato da altre quattro donne, ha aperto una discussione su tutte le lacune dei meccanismi messi in piedi.

Di fronte a un femminicidio come questo, non basta invocare pene più severe. Occorre capire cosa non ha funzionato e dove la rete di protezione si è inesorabilmente interrotta. Nei confronti dell’ex compagno di Tania era stato emesso un ammonimento del Questore. Eppure oggi Tania non c’è più.

Stefania Lastoria

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