Nato bollita, pianeta bollente

Nato, North Atlantic Treaty Organization, Vertice di Ankara, 7-8 luglio 2026. Il summit di due giorni finisce con un comunicato stampa fintamente unitario e dei veri Revolver Gümüşay 357 Magnum, di fabbricazione turca, con sei proiettili, regalati dal presidente Erdoğan ai partecipanti con tanto di incisioni personalizzate dei loro singoli nomi. Ci ha messo insieme anche una sua autobiografia autoglorificante autografata e una penna stilografica. D’altronde solo per lui il vertice è stato un successo. Trump ha detto che ci è andato solo per Erdoğan, ché di tutti degli altri/e ucrainanti manfrinanti, frignanti d’Europa non si fida più e neanche sa più che farsene, dato che non l’hanno aiutato e continuano a non sostenerlo nella guerra contro l’Iran. Il presidente turco, no, lui è un’altra cosa. È cresciuto geo-prepotentemente, militarmente sulla scena estera, e sempre più puzzolentemente, ossia canagliescamente, repressivamente inquella interna. Quegli aerei F-35 che lui gli chiede tanto insistentemente, Donald sarebbe pronto a darglieli pure ieri, solo che farebbe uno sgarro sesquipedale al principale socio della comune impresa genocidiaria in atto a Gaza. Israele, infatti, da tempo punta Recep Tayyip Erdoğan come uno dei suoi obiettivi strategicamente ben più importanti di quelli iraniani, per la sua continua espansione in tutte le più cruciali aree mediorientali, e per essersi a eretto a unico possibile scudo militare di area islamica contro lo stato ebraico. Solo una cosa interessa a Trump dell’Europa: che aumenti tasse e spesa pubblica per l’acquisto di sistemi d’arma made Usa. 

D’altronde è il principale stato europeo, ossia la Germania unificata, a essersi già pesantemente riarmata, nonostante l’interdetto post nazismo e post Seconda Guerra Mondiale che glielo vietava. E ultimamente ha emesso anche il nocciolo  strategico della sua nuova dottrina militare: entro il 2039 la Germania avrà l’esercito più armato e tecnologicamente più avanzato dell’intera Europa. Non tanto singolare che anche la Polonia abbia affermato di sé la stessa cosa: questo, infatti, ci fa capire che l’Europa dei diritti politici, sociali, ambientali è destinata a finire di nuovo calpestata sotto scarpone e carro armato, non solo quello della suola, di truppe e soldataglia. In Germania, però, è stata abolita la leva militare obbligatoria, e il governo sta bombardando il cervello dei giovani con massicce campagne sulla necessità, nobiltà, bellezza patriottica del loro arruolamento volontario. Hanno bisogno di mettere in armi e in divisa nel giro di pochi anni almeno 400.000 mila giovani esistenze, ma ripetuti sondaggi alla mano ragazzi/e rimangono ostinatamente contrari all’armamento tedesco e al loro arruolamento. Una cosa è certa: l’armamento, l’arruolamento, obbligatorio o volontario che sia, cozza con la coscienza ambientalista giovanile. Per loro ciò che riduce a zero l’attesa di futuro è il rischio sempre più acutamente avvertito  di distruzione delle possibilità di vita sul pianeta.

La guerra prima che contro l’umanità, è contro la Terra. Nemici e alleati convergono insieme a segare il ramo che ci nutre e su cui siamo tutti seduti. Non è solo la devastazione bellica, o il rischio atomico sempre più ravvicinato. No, è che l’apparato bellico in sé e per sé, anche non impegnato in alcun conflitto, costituisce una guerra permanentemente in atto contro la Terra. Lo abbiamo scritto in questa rubrica il 15 gennaio 2024, nel Numero 1/2024 di Stampa Critica, e all’articolo completo rimandiamo. “Secondo i dati del Kyoto Club, le emissioni di gas climalteranti dell’apparato bellico industriale mondiale, in stato non di guerra, ma di pace, corrispondono al 5,5% di quelle del totale planetario. Pace, infatti, significa pur sempre para bellum, prepara la guerra, ossia incessante produzione di apparati e ordigni di distruzione, esercitazioni, manovre, spostamenti, smaltimenti. Una percentuale che è come se fosse il quarto stato al mondo per inquinamento dopo Usa, Cina e India. La guerra della Russia contro l’Ucraina ha comportato fino a oggi l’emissione di 120 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2), cifra corrispondente ai tre quarti delle emanazioni italiane in tutti settori produttivi sommati insieme. Ma alle quantità prima e durante la guerra vanno aggiunte le emissioni per gli ingenti lavori postbellici. Sempre in Ucraina si stimano a oggi altri 50 milioni di emissioni di CO2 per la ricostruzione. In 70 giorni di guerra a Gaza, solo l’esercito israeliano ha emanato l’equivalente di 150.000 tonnellate di carbone bruciato. La Corte dell’Aia dovrebbe giudicare se, insieme al genocidio in atto di un popolo, non sia in corso anche uno spaventoso terricidio, ossia uno stupro, sventramento, sistematico e irreversibile, della nostra comune Grande Madre Gea.

Quanto sopra risale a ormai due anni e mezzo fa. A far data proprio dalla scorsa il dato bellico-calorico è questo: tra i 10.000-14.000 mila morti in più per cause climatiche legate all’attività antropiche, umane rispetto allo stesso periodo giugno-luglio del 2025, che già sono state circa 18.000. 441.000 nel periodo 1980-2024. Rilevazione limitata alle sole aree geografiche planetarie dove queste misurazioni sono regolarmente effettuate da molti anni: ossia – prevalentemente – nei paesi avanzati del cosiddetto primo mondo, Europa innanzitutto. In aumento soprattutto l’intensificazione di siccità, incendi, eventi atmosferici estremi, danni in ogni settore delle coltivazioni agricole.

Come altro definire questo se non – guerra? Un vertice mondiale climatico-militare, dunque andrebbe immediatamente convocato su questo devastante conflitto della delirante volontà di potenza umana contro la totalità dell’essere, dell’esistente. Alle alte temperature registrate, occorrerebbe aggiungere i 10 gradi in più a livello asfalto, i 15 in più nei auto parcheggi asfaltati all’aperto causa acciaio infuocato. Figuriamoci nei depositi dei massicci sistemi d’arma. Ricordiamo tutto questo anche perché il 15 luglio è proclamata Giornata europea per le vittime della crisi climatica globale, ossia da guerra al calor bianco climatico globale. E chiedere almeno una tregua, un cessate letteralmente il – fuoco, solo per mettersi seduti su un grande prato verde dove rinascono speranze che si chiamano ragazze/i, e firmare un armistizio. Utopia? Come volete, ma tutto il resto è – follia.

Riccardo Tavani

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