Un’Italia che trema, in silenzio

Ogni volta che la lancetta di un orologio compie un intero giro qualcosa si spezza, qualcuno scompare, un’ombra si allunga su un pavimento di cemento o su una striscia d’asfalto consumata dal sole. Non è la trama di un romanzo nero, questa è la realtà, la cronaca fredda di cinque mesi dell’anno duemilaventisei che scorrono veloci portando via esistenze, sogni, progetti e lasciando dietro di sé soltanto faldoni polverosi e statistiche che nessuno vorrebbe mai leggere.

I numeri parlano chiaro, gridano da soli dentro le stanze dell’Osservatorio Vega Engineering dove gli analisti cercano di dare un senso a un bilancio che assomiglia terribilmente a una mappa della desolazione. Da gennaio a maggio sono trecentosettanta le persone che sono uscite di casa la mattina per andare a guadagnarsi da vivere e non ci sono mai più tornate. Trecentosettanta vite spezzate in un soffio che si riducono a una percentuale apparentemente rassicurante, un meno quattro virgola uno per cento rispetto all’anno precedente che i burocrati usano per accennare un timido sorriso. Ma dietro quel dato, se stringi l’obiettivo su quei cinque mesi, ti accorgi che la flessione sta scomparendo giorno dopo giorno, che la strage si sta stabilizzando e che la curva della morte non vuole saperne di scendere davvero.

Duecentosessantanove persone sono cadute direttamente sul posto di lavoro, schiacciate da un ponteggio in un cantiere edile, travolte da un muletto in un magazzino o risucchiate dall’ingranaggio di una pressa metallica che non fa sconti a nessuno. Altre centouno sono morte in itinere, lungo quel tragitto maledetto che separa la propria cucina dal tornio della fabbrica, una terra di nessuno fatta di stanchezza, asfalto bagnato e frenate improvvise. Le costruzioni si confermano il buco nero più profondo con quarantaquattro vittime, seguite a ruota dai trasporti e dalle attività manifatturiere, tre mondi che dovrebbero produrre ricchezza e futuro e che invece troppo spesso producono lapidi.

La geografia del rischio disegna una mappa dell’Italia divisa a colori, una zona rossa dell’emergenza dove l’indice di incidenza calcolato sul numero degli occupati tocca vette insostenibili. Puglia, Sicilia, Liguria, Calabria, Trentino Alto Adige e Veneto si tingono del colore del sangue, mentre in termini assoluti è la Lombardia a guidare questa triste classifica con quaranta vite spezzate sul posto di lavoro. Le storie più drammatiche si nascondono nella fascia d’età più avanzata, tra i cinquantacinque e i sessantaquattro anni, dove l’esperienza dovrebbe essere uno scudo e invece diventa un bersaglio per la stanchezza e per i ritmi serrati che non lasciano spazio all’errore. Ma c’è un dato ancora più nero ed è quello che riguarda i lavoratori stranieri, centosei morti in totale, vite pesate con una bilancia diversa che rischiano di spegnersi tre volte più facilmente rispetto a quelle dei loro colleghi italiani.

Mentre i decessi restano una costante spaventosa, le denunce totali di infortunio salgono del cinque virgola cinque per cento superando quota duecentosessantunomila episodi. Significa che l’Italia continua a farsi male, che la carne da macello dei turni di notte e delle scadenze da rispettare continua a sanguinare nei pronto soccorso di tutta la penisola. Resta l’eco di quelle trecentosettanta sedie vuote attorno ai tavoli da pranzo, di trecentosettanta tute appese agli spogliatoi che nessuno indosserà più e di una domanda inquietante che continua a risuonare nell’aria mentre la lancetta dell’orologio continua implacabile il suo giro.

Eligio Scatolini

 

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