Il silenzio di Seveso: storia di una nube e di un veleno che ha cambiato il mondo
Sabato 10 luglio 1976. È una giornata calda, una tipica estate della Brianza. Manca poco all’ora di pranzo, sono le 12:37.
Ci troviamo a Meda, a pochi chilometri da Milano, dentro lo stabilimento della Icmesa, una fabbrica chimica apparentemente ordinaria. C’è un reattore chimico, il numero A101, utilizzato per produrre il triclorofenolo, un componente per diserbanti. Ma c’è qualcosa che non va. La produzione è ferma per il fine settimana, gli operai sono a casa, ma il reattore è rimasto caldo, troppo caldo. All’interno si innesca una reazione parassita, incontrollata. La temperatura sale, la pressione aumenta. Fino a quando la valvola di sicurezza cede.
Ecco, in quel preciso istante si sente un fischio. Un sibilo sordo, continuo, assordante, che squarcia il silenzio della pianura. Dallo sfiato si solleva una nube. Una nube strana, inizialmente densa e visibile, che l’aria e il vento calmo che spira verso sud iniziano lentamente a spingere. Sembra nebbia, ma non lo è. È un aerosol tossico che trasporta qualcosa di quasi sconosciuto all’epoca, ma dal nome terribile: la diossina TCDD. Uno dei veleni più potenti mai creati dall’uomo.
E qui comincia il mistero di quei giorni. Perché per ore, per giorni, nessuno dice niente. C’è un odore acre, medicinale, che penetra nelle case di Meda, di Seveso, di Cesano Maderno, di Desio. Ma la popolazione non sa. I tecnici della multinazionale svizzera Givaudan, proprietaria della fabbrica, intuiscono il dramma ma mantengono il massimo riserbo. Passano otto lunghissimi giorni prima che le autorità ammettano ufficialmente la gravità dell’accaduto.
Nel frattempo, la natura comincia a parlare. Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono. Ma soprattutto, gli animali. Le cronache dell’epoca raccontano di galline, conigli, gatti che cadono a terra, morti a migliaia nel giro di pochissimo tempo. Saranno più di 3.300 gli animali trovati senza vita e oltre 70.000 quelli abbattuti preventivamente per evitare che il veleno entri nella catena alimentare. Poi, tocca agli esseri umani. Sui volti dei bambini della zona iniziano a comparire piaghe, ustioni, rigonfiamenti purulenti. È la cloroacne, il marchio visibile del passaggio della diossina.
La mappa del territorio viene ridisegnata con i colori dell’emergenza. La Zona A, quella più vicina alla fabbrica, diventa una terra fantasma. Viene recintata con il filo spinato. Più di 700 persone vengono evacuate, strappate alle loro case, costrette a fuggire portando via poco o nulla. Quelle case verranno demolite, rase al suolo insieme a ogni oggetto custodito all’interno — mobili, vestiti, persino le fotografie di famiglia — perché la diossina si impregna ovunque, e non basta aerare le stanze per mandarla via.
Ma la tragedia lascia dietro di sé una scia di conseguenze profonde, destinate a cambiare la storia.
La prima è di carattere scientifico e sanitario. Negli anni successivi, gli studi epidemiologici mostreranno un incremento statistico di malattie gravi: linfomi, leucemie, tumori al retto, disturbi cardiovascolari e diabete. Addirittura, si registra per anni un’anomalia unica nel rapporto dei sessi alla nascita, con una netta prevalenza di neonati di sesso femminile nelle famiglie più esposte. C’è poi il dramma delle donne incinte che, nel terrore di malformazioni fetali causate dal veleno, affrontano l’aborto terapeutico: un fatto che innescherà un enorme dibattito etico e sociale e che accelererà l’approvazione, due anni più tardi, della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza in Italia.
La seconda conseguenza è politica e normativa, e supera i confini italiani. Il mondo si rende conto, per la prima volta in modo così macroscopico, del rischio racchiuso nelle industrie chimiche. Nasce da qui, nel 1982, la celebre Direttiva Seveso dell’Unione Europea, una legge comunitaria nata per censire, monitorare e prevenire i rischi di incidenti rilevanti in tutti gli stabilimenti industriali del continente. Una legge che ancora oggi protegge milioni di cittadini.
E poi c’è la terra. Per bonificare la Zona A, lo strato superficiale del terreno viene letteralmente asportato per quasi un metro di profondità. Quella terra avvelenata, insieme alle macerie delle case demolite e dello stabilimento Icmesa, viene sepolta e sigillata in due enormi vasche di contenimento in cemento armato, costantemente monitorate.
Sopra quella cicatrice di cemento e terra, la natura ha ripreso il suo spazio. È stato creato un parco, il Bosco delle Querce. Ed è lì, all’ombra del “Grande Pioppo” — l’unico albero monumentale scampato alla diossina e alla bonifica — che le istituzioni si sono riunite per ricordare che Seveso non è solo una storia del passato, ma un monito costante per il futuro.
Per chi volesse approfondire la memoria visiva e le testimonianze dell’epoca attraverso i rari filmati d’archivio televisivi, è possibile guardare questo documentario d’archivio sul disastro di Seveso, che ripercorre i fatti di quei giorni attraverso le immagini originali del 1976 e l’impatto scientifico che ne seguì.
Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:
Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

