Woke, superficie e abisso della parola
Woke, indicativo passato del verbo inglese to wake, svegliarsi, ma assunto il significato di consapevolezza, attenzione, vigilanze delle minoranze per le ingiustizie sociali, le differenze razziali, sessuali, culturali. Il movimento che ne è nato è stato particolarmente intenso e generale negli Stati Uniti d’America, soprattutto dopo il soffocamento del nero George Floyd con un ginocchio sulla gola da parte di un poliziotto bianco. In Italia non c’è stato niente di approssimativamente paragonabile. La ripresa che ne ha fatto Giuseppe Conte è perciò solo strumentale, a fini eminentemente di superficiale competizione politica all’interno e all’esterno del proprio campo.
Il riferimento originale e assai più importante, però, nasce proprio negli Usa. Alexandria Ocasio-Cortez, la congress-woman, ossia deputata socialista democratica, ha detto che il primo movimento woke è stato crazy. Si riferiva al post di un altro deputato che è il vero autore del termine crazy. Parola che in italiano è stata tradotta con folle, ma che nel linguaggio quotidiano è colloquiale americano ha diversi altri significati, tipo incredibile, pazzesco, sbalorditivo in senso positivo, tanto è vero che ne ha rivendicato l’importanza culturale. C’è poi da dire che la Ocasio-Cortez si profila come una delle possibili candidate alle prossime elezioni presidenziali. Per questo, però, deve vincere tutte le lunghe tappe previste per le elezioni primarie dentro il Partito Democratico. Ossia deve attirare anche le simpatie del suo settore capitalista moderato, dimostrando così di saper poi erodere anche quelle del campo moderato repubblicano, in profonda crisi con Trump. Il quale, però, attira ancora molto voto operaio della cosiddetta Rust Belt, la cintura di ruggine del vecchio apparato industriale in dismissione soprattutto del Nordest e del Midwest. Una revisione e aggiustata della macchina elettorale si rende dunque per lei necessaria, rimettendo in primo piano proprio i più precipui obiettivi politici e sindacali socialisti verso il mondo del lavoro.
Il punto, però, è proprio questo: la politica in generale, e in particolare anche quella dello stesso movimento woke, è in grado di comprendere la profondità abissale di tale cruciale parola-concetto e di trarne tutte le sconfinate conseguenze? L’appello al risveglio di tutte le minoranze discriminate e calpestate nel presente ha determinato che si andassero a rintracciare nel passato, anche più lontano, le origini storiche dell’ingiustizia. Origini scovate anche dentro i busti scultorei e le statue di grandi uomini a piedi o a cavallo. Incise con lo scalpello del pensiero, della scrittura nelle pagine letterarie, filosofiche di immensi autori. Ossia, ha iniziato a galoppare a briglia sciolta la cosiddetta Cancel culture, la cultura della cancellazione, e il Politically correct, il politicamente corretto.
La seconda espressione vuole essere quasi un emendamento riparatorio discendente dalla prima, la quale resta l’ipocentro sismico che terremota l’intera storia umana. Non solo quella del passato, però, ma possibilmente pure quella del futuro, dato che non può bastare un emendamento post ingiustizia a riparare il guasto, il marcio, ma deve profilarsi allo sguardo della coscienza il necessario capovolgimento dell’intera struttura di potere del pensare e dell’agire umano.
L’umano ha sempre avuto bisogno di unirsi in cerchio di forza, per formare un campo di potenza maggioritario. attraverso il quale contrapporsi a una minoranza, eletta a debolezza, additandola come campo del male da sottomettere, sfruttare e nel caso schiacciare, eliminare. In questo senso è vero che la storia del passato è solo tronfia ipocrisia che celebra sotto gli orpelli della gloria di una civiltà, crimini, stermini, genocidi, razzie, deportazioni, schiavismo, sfruttamento umano e di risorse altrui, sottomissione e persecuzione sessuale. Quanta della nostra santificata democrazia occidentale è stata pagata attraverso il midollo osseo dei dannati della terra, succhiato dal colonialismo europeo, dalla deportazione americana di milioni di africani schiavizzati, abusati, atrocemente seviziati e massacrati? Madamina, il catalogo è questo! Non dovrebbe cantarlo solo Leporello, il servo del Don Giovanni, nel celebre capolavoro di Mozart. Dovremmo intonarlo tutti noi, non come un Glorificat, ma come l’estremo De Profundis, sia del passato, sia del futuro, il quale non può che tornare a manifestarsi quale reiterazione — con mere variazioni sul tema, magari in sembianze tecno-scientifiche — del già visto, già dato, già vomitato.
È questo il vero incubo da cui svegliarsi, il vero scarto tra essere o non essere, indicato già dall’Amleto di Shakespeare, dato che rimettere il mondo sui cardini, ossia ristabilire giustizia attraverso la reiterazione compulsivamente maledetta di un’altra ingiustizia, significa essere noi stessi gli ectoplasmi, i fantasmi ritornanti dal nostro futuro.
Riccardo Tavani

