Fiotti di lava mediatica nella torrida estate del ’26
Il web Vulcano Italia ha eruttato materiale liquido e piroclastico incandescente soprattutto su due vicende: una eminentemente mito-cinematografica, l’altra drammaticamente reale. Il riferimento è all’Odissea, versione americana dell’inglese Christopher Nolan; l’altra alla condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione inflitta al settantaduenne Mario Roggero, per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo che avevano svaligiato il suo negozio di gioielliere.
Ancora una volta assistiamo alla capacità della rete di sollevare intere popolazioni planetarie in una totalità tuttologica, ossia senza esclusioni di campi, materie e – soprattutto – senza possibilità di conciliazione dei saperi e dei sapienti gli un contro gli altri armati. Questo fa il paio con la grande agenzia funebre mondiale in cui si trasforma il complesso social mediatico alla morte di qualche personaggio con qualche alto o basso grado di fama. In questo caso si esprime ala massimo grado la natura massimamente nichilista che è sedimentata fin nei circuiti digitali delle piattaforme. Lo scrittore americano Robert M. Pirsig, nel suo romanzo Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta, afferma: “Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore”. Il suo libro è del 1974 e in più di mezzo secolo di evoluzione della tecno-scienza digitale il suo ottimismo non sembra confermato. I circuiti digitali e i vari tipi di Intelligenza Artificiale, anziché mostrarsi dimora del divino, si svelano villaggi di armadi digitali di un umano troppo umano, in quanto non hanno niente di neutralmente scientifico, ma sono basilarmente impostati per di algoritmi ben orientati e finalizzati.
D’altronde queste due vicende cos’altro sono se non vicende di annientante nichilismo? Odìsseo ristabilisce la giustizia nella sua isola di Itaca, ma a quale prezzo? Un tale efferato massacro dei suoi rivali i Proci, che sembra la continuazione con altri mezzi della sua hybris, della sua tracotanza in guerra. Una scena che non si rappresenta mai è quella dell’impiccagione – ordinata direttamente da Odìsseo ed eseguita da Telemaco e altri – delle ancelle infedeli, arricchita da altre atroci, gratuite sevizie e spedizioni agli Inferi.
Odissea, Canto XXII, versi 455-470:
Disse, e una gómena presa che fu d’una cerula prora,
l’assicurò, con più giri, da un grande pilastro alla torre,
alta da terra, ben tesa, che i pie’ non toccassero il suolo.
Come talora tordi dall’ala veloce, o palombi
battono entro una ragna nascosta nel folto cespuglio,
che ritornavano al nido, ma un lutto fatale li accoglie:
tutte così le ancelle dannate alla misera morte
stavan coi capi in fila, col nodo scorsoio alla gola.
Diedero qualche guizzo coi piedi, ma fu cosa breve.
Poi sotto il portico, giù nella corte, condusser Melanzio,
senza pietà gli reciser col ferro le orecchie ed il naso,
via gli strapparon le coglia, per darle a sbranare ai mastini,
poi gli mozzâr piedi e mani, sfogando così la lor furia.
Poi, quando i piedi e le mani lavati si furono, e tutta
l’opera fu compiuta, tornar nella casa ad Ulisse”.
L’atto di giustizia è reso – inevitabilmente – attraverso un altro atroce atto di ingiustizia. Una situazione che Shakespeare aveva già evidenziato nel suo Amleto. Dice il protagonista all’inizio della tragedia: “Il tempo è fuori dai cardini; o destino maledetto, che io sia nato per rimetterlo in sesto” (Atto I, scena V). ‘Fuori dei cardini’ significa fuori il giusto ordine delle cose. Ma perché è un destino infame che proprio ad Amleto sia toccato per nascita di ricondurlo a giustizia. Perché l’ordine giusto delle cose non può fare a meno, non si può evitare di essere reincardinato attraverso un altro ingiusto scardinamento. Il tempo fuori dai cardini, allora, mai al passato, ma solo e sempre al presente della civiltà si può coniugare.
Non è quello che succede nel caso del gioielliere cuneese? Lui insegue chi ha rapinato e minacciato la sua famiglia, sparandogli alle spalle, stendendone sull’asfalto due esangui e uno gravemente ferito. Con la differenza, però, che in questo caso interviene un codice giudiziario che ai tempi di Odìsseo e di Amleto ancora non appariva. L’attuale codice giudiziario italiano sancisce che la pena di morte non può essere mai decretata e comminata neanche dalla Legge, figuriamoci da un privato cittadino. L’unico situazione ammessa è quella impellente di legittima difesa, ossia se stanno per ammazzare te. Se i rapinatori, invece, stanno fuggendo e non ti hanno legato neanche le mani e tu li insegui, sparandogli in strada alle spalle non può essere negato in nessun modo che non sia legittima difesa.
Si è decretata, dunque, privatamente la pena di morte, in un Paese che non consente di farlo neanche alla Legge. Ora, però, è proprio l’ordine legislativo, ossia quello che dovrebbe garantire l’inviolabilità di tale interdetto, che sta cercando di riportare l’Italia alla possibilità offerta a Odìsseo 3200 anni. Si può fare, rintroducendola surrettiziamente una legittima difesa estesa, tipo quella a la Roggero. Questo spalancherebbe la legittimità, non tanto per i rapinati d’ogni tipo di rimettere sui cardini il tempo della giustizia, quanto di togliere tout court di mezzo e con tutti i mezzi chi dà fastidio, non solo politicamente, ma anche bio-politicamente. Significa: tutte le persone che non rientrano per qualsiasi motivo, sociale, etnico, sanitario, sessuale, e altro, nel modello conforme all’ideologia di potere. Ricorda qualcosa? Fate voi.
Riccardo Tavani

