American Odyssey
L’Odissea di Omero ha questo titolo perché narra dell’eroe greco Odyssèus, il conquistatore di Ìlios, il nome originario di Troia, da cui l’Iliade, l’antecedente poema omerico che racconta le gesta militari dei greci per sottomettere questa città. In latino Odysséus è stato tradotto in Ulixēs, e anche l’inglese, madrelingua del regista Christopher Nolan, mantiene la dizione Ulysses, come sappiamo anche dall’omonimo capolavoro letterario del 1922 di James Joyce. Nolan, però, nella versione originale del suo film mantiene il nome Odysseus. È importante, perché dentro questo nome originario risuona verbo greco ‘odiare’, che è indubbiamente uno temi centrali del film. Per questa ragione anche nella versione doppiata in italiano si sarebbe dovuto conservare la dizione Odìsseo, con l’accento tonico sulla i.
I contenuti del film sono senz’altro condivisibili, perché è un film contro la hybris, la superbia tracotante, la follia della violenza e della guerra che acceca l’umano e lo conduce inesorabilmente a infrangere la legge di Zeus, l’ordine universale delle cose. E Odìsseo, sul finire dei suoi lunghi, accidentati anni del ritorno verso Itaca, si rende conto di essere stato tra i massimi protagonisti di questa semina dell’odio, della più atroce e insensata ferocia distruttiva. Semina di morte sparsa a piene mani anche tra i suoi più fedeli soldati e marinai. Un vera e propria schiera di cadaveri amici che lo inseguono dall’Ade, dall’oltretomba, fin dentro le membra e la melma dei suoi irredimibili sensi di colpa.
Il riferimento all’attualità è volutamente inevitabile. Le scene della città di Troia, incendiata, devastata, gli abitanti orrendamente massacrati ci catapultano direttamente dal 1200 a. C circa agli anni del nostro 2020 dopo Cristo. A più di tremila anni di distanza dall’Ellesponto di Ilio in Asia Minore, al Medioriente di Gaza nel Mediterraneo. Dalla vertiginosa e impenetrabile cresta d’elmo di Agamennone, alla squarciata faccia e feccia neo imperiale Maga.
Un film, come qualsiasi altra opera di qualità, però, non è, non può essere solo i suoi contenuti. Decisivo è come tu sedimenti questi contenuti nei valori formali, stilistici della specifica arte in cui ti esprimi. Perché quegli stessi contenuti presi a sé possono essere espressi in diversi modi, anche non artistici, ad es. storici, filosofici, saggistici in genere. Non è che la hybris, la rottura della legge di Zeus la scopre oggi Nolan. Dante Alighieri, quasi un millennio di anni fa, gli infligge l’Inferno, ponendolo nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio tra il girone dei consiglieri fraudolenti, anche per la sua tracotanza nel superare le colonne d’Ercole, ossia la legge di Zeus (più volte nominata nel film), e incitando i compagni a farlo, pur consapevole di esporli a nefaste, inevitabili conseguenze.
Il contenuto deve essere sedimentato nella forma, perché solo così diventa sensibilmente parte, partecipazione integrale, psichica e fisica dello spettatore, rimanendo al di fuori di ogni tempo in quanto opera d’arte, che a ogni nuova visione svela qualcosa di inedito, attuale. Personalmente non ho sentito nelle immagini, inquadrature, scene, sequenze, panoramiche, carrelli, dolly, effetti speciali, ecc., tutta questa potenza espressiva squisitamente artistica. Potentemente spettacolare sì, ma più nel senso della “volontà di potenza” spettacolare. Una americanata, ossia un discorso rivolto maggiormente agli americani, negli stilemi più consoni alla loro tipica spettacolarizzazione cinematografica, per meglio veicolare quei contenuti indubbiamente validi.
L’Iliade e l’Odissea sono state scritte tra l’VIII e il VII secolo a. C., ma i fatto risalivano a circa quattrocento anni prima. Per la cultura greca e poi anche latina questi due poemi sono stati la vera enciclopedia universale di tutto quel tempo da cui scaturisce l’Europa, l’Occidente. Virgilio scrive tra il 29 e il 19 a. C. l’Eneide. È la narrazione della fuga di Enea da Troia distrutta, circa 1200 anni prima, con il padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio per mano. Da Enea – che arriva nel Lazio – scaturisce poi Roma. Questi tre poemi sono stati al fondamento dell’insegnamento culturale europeo per millenni. Noi – soprattutto italiani – che siamo discendenti ed eredi sia della civiltà greca, sia di quella sintetizzata nella figura di Enea, avremmo avuto bisogno di qualcosa di più consistentemente artistico dal film di Nolan.
E questo lo affermo, anzi, ho il dovere civico, politico (proprio nel senso della polis, della città-stato greca) di assumermi ed espormi a tale responsabilità di critico cinematografico, indipendentemente dai gusti del pubblico che non disprezzo affatto, e consapevole anche della mia possibile parzialità di giudizio, per quanto informata, documentata su base critica ed estetica. Distribuzione Universal Pictures. Durata 172 minuti.
Foto: Odìsseo e i giganteschi Lestrigoni in armature medievali;
Odìsseo e la Dea Athena.
di Riccardo Tavani

