Roggero, Mattarella e la grazia: la vera storia dello “scafista” Alaa Faraj

“Mattarella ha graziato uno scafista, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza”. Così Mario Roggero, il gioielliere che ha ucciso due ladri che avevano tentato una rapina nel suo negozio, si è rivolto al Presidente della Repubblica. Lo ha fatto con il suo tono sprezzante, studiato, che lo ha reso una star dei social, anzi un “marchio” come ha spiegato Giovanna Cosenza sul Resto del Carlino. +69% di follower in 3 giorni, 182 mila seguaci, oltre 700 mila visualizzazioni per l’ultimo video.

Il simbolo perfetto per la destra italiana, che subito si è intestata la battaglia per la libertà e la giustizia del gioielliere di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. Il modo migliore per distogliere l’attenzione dai problemi reali del Paese, da una maggioranza che scricchiola, dall’assenza di riforme. Il modo migliore per soffiare, ancora, sull’odio sociale.

Non è un caso, allora, che le parole con cui Mario Roggero chiede la grazia a Mattarella tirino in ballo una donna, Nicole Minetti, e uno straniero, Alaa Faraj. “Uno scafista”, così lo ha definito. Raccontando, ancora una volta, una storia falsa.

Perché Alaa Faraj Hamed Abdelkarim, questo il nome completo, è stato condannato per caso. Condannato perché serviva un colpevole e serviva subito. L’arresto avviene nel 2015, Alaa è uno studente, un calciatore, uno dei tanti giovani costretti a scappare dalla Libia e a tentare il viaggio della speranza lungo il Mediterraneo. L’imbarcazione su cui Alaa viaggia arriva a Lampedusa la notte di Ferragosto, sono 300 i superstiti, nella stiva ci sono i corpi di 49 persone, tutte morte per asfissia.

“Due testimoni sui nove sentiti, selezionati non si sa con quale criterio, hanno dichiarato che Alaa si occupava di distribuire l’acqua e mantenere l’ordine sul barcone. Si tratta di testimonianze rese subito dopo lo sbarco da parte di donne sotto shock, allo stremo delle capacità fisiche e psichiche, che avevano perso familiari durante il viaggio e non dormivano, mangiavano o bevevano da giorni”, ha spiegato l’avvocata Cinzia Pecoraro. Non ci sono prove, altre testimonianze vengono scartate. Alaa Faraj finisce in carcere, l’accusa è favoreggiamento dell’ingresso illegale e omicidio plurimo.

Ed è qui che inizia la sua battaglia, sostenuta da associazioni, giuristi e organizzazioni umanitarie. In carcere, all’Ucciardone di Palermo, impara l’italiano, continua gli studi, scrive un libro (Perché ero ragazzo, edito da Sellerio) in cui racconta il viaggio della sua vita, tra campi di calcio, mare e carcere. Un viaggio a cui si aggiunge un nuovo capitolo a dicembre dello scorso anno, quando Sergio Mattarella raccoglie l’indicazione dei giudici della Corte d’Appello di Messina, che sottolineavano come solo l’istituto della grazia potesse ridurre “lo scarto indubbiamente esistente tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale dell’effettiva colpevolezza”.

L’effettiva colpevolezza. In fondo basta questo per individuare le differenze tra le storie di Alaa Faraj e Mario Roggero. Innocente il primo, colpevole il secondo.

Lamberto Rinaldi

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