Salari fermi, tavoli bloccati: l’Italia lavora ma resta povera
I
n un Paese dove si lavora tanto ma si guadagna sempre meno, parlare di salario non è più solo una questione economica, ma una questione morale.
Mentre i tavoli di trattativa tra parti sociali si trascinano senza sbocchi concreti, milioni di lavoratori continuano a pagare sulla propria pelle il prezzo di un sistema che del lavoro ha perso la dignità e la visione.
Secondo l’ISTAT, nel 2024 i salari contrattuali sono cresciuti del 2,9%, mentre l’inflazione reale ha superato il 5,7%. Risultato: i lavoratori hanno perso potere d’acquisto. Ancora.
Dal 1990 ad oggi, l’Italia è l’unico Paese dell’Europa occidentale dove i salari reali sono scesi: -2,9%. In Germania, nello stesso periodo, sono cresciuti del 33%, in Francia del 31%.
La fotografia è chiara: si lavora di più per guadagnare di meno.
Dietro le sigle dei rinnovi contrattuali bloccati ci sono storie di vite sospese. Più di 10 milioni di lavoratori aspettano il rinnovo di un contratto scaduto. Nel frattempo, bollette, mutui, affitti continuano a salire. La grande distribuzione, la logistica, i servizi: sono settori dove i salari sono bassi e i diritti ridotti all’osso. Tra appalti e subappalti, contratti pirata e partite IVA fasulle, la corsa al ribasso è diventata la regola.
L’Italia è un Paese fermo perché non investe sul lavoro.
Se c’è una verità che non vogliamo più nascondere è questa: pagare poco non è segno di efficienza, ma di arretratezza. Chi si ostina a vedere il costo del lavoro come il nemico da abbattere non ha capito che senza salari dignitosi non c’è mercato interno, non c’è domanda, non c’è crescita.
In Europa lo hanno capito bene: salari alti significano lavoratori motivati, imprese innovative, consumi più forti. Da noi, invece, si preferisce tenere bassi gli stipendi e piangere miseria ai tavoli di trattativa.
Cosa servirebbe da subito? Se davvero vogliamo un Paese che non lasci indietro chi lavora, servono scelte nette:
- Rinnovo immediato dei contratti collettivi, con aumenti legati all’inflazione reale, non alle previsioni di comodo.
- Detassazione strutturale degli aumenti contrattuali, non bonus una tantum che scompaiono a fine anno.
- Salario minimo legale, per fermare la giungla dei contratti truffa e restituire dignità ai lavoratori più deboli.
Il silenzio della politica di fronte a questi numeri è assordante. C’è chi parla di crescita, di PNRR, di innovazione. Ma senza una strategia per alzare i salari e rilanciare la contrattazione collettiva, sono solo slogan vuoti.
Non servono tavoli per fare passerelle. Servono tavoli che portino aumenti e tutele.
Il lavoro deve tornare ad essere la misura della dignità di una persona e la dignità non si contratta al ribasso.
Eligio Scatolini – Giuliana Sforza

