Giornaliste e odio online: quando l’informazione diventa bersaglio
Negli ultimi anni si parla spesso di hater, di odio online, di commenti tossici che infestano i social. Ma c’è una categoria che, dentro questa tempesta quotidiana di insulti, minacce e attacchi personali, si trova a pagare un prezzo ancora più alto: le giornaliste.
Non è un caso. Non si tratta solo di un attacco alla professione, ma anche di un attacco di genere. Chi lavora nell’informazione, lo sappiamo, è spesso esposto a critiche, talvolta feroci: fa parte del mestiere. Ma quando a finire nel mirino sono le donne, il tono cambia. Si passa dal “non sono d’accordo con te” a minacce di stupro, offese sessiste, body shaming, auguri di morte. La violenza verbale diventa sessualizzata, personale, intima. Non colpisce l’argomento ma la persona.
Il fenomeno è globale: basta guardare i dati dell’UNESCO o dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, che da anni documentano come le giornaliste siano più spesso vittime di campagne di discredito mirate. Un rapporto pubblicato a fine 2024, basato su nuove analisi e casi studio globali, ha evidenziato come circa il 73% delle giornaliste abbia subito violenza online nel corso della propria carriera. Dietro a un articolo scomodo, a un’inchiesta coraggiosa, a un commento critico, spesso si scatena una tempesta di messaggi di odio che non intacca solo la libertà di espressione, ma mina anche la libertà di vivere serenamente. Molte giornaliste scelgono di non parlare di certi temi per non esporsi. Altre si autocensurano. Altre ancora, più determinate, continuano pagando però un prezzo emotivo altissimo.
Dietro ogni insulso “torna in cucina” o “fatti vedere da uno bravo” c’è l’eco di un retaggio antico: le donne non dovrebbero avere voce, non dovrebbero denunciare, non dovrebbero far domande scomode. E se lo fanno, devono essere rimesse “al loro posto” con la paura.
La domanda allora è: di chi è la responsabilità? Degli hater, certo, ma anche di chi tollera la violenza verbale come fosse libertà di parola. Delle piattaforme che lasciano proliferare bot e account fake. Degli editori che, a volte, minimizzano o non tutelano abbastanza le proprie professioniste.
Parlare di questo non è un vezzo. È un atto necessario per difendere la qualità dell’informazione e la dignità di chi la fa. Ogni volta che una giornalista viene silenziata dall’odio, perdiamo tutti un pezzo di verità, un pezzo di democrazia, un pezzo di futuro.
Eligio Scatolini

