Uomini e furgoni: l’ultima corsa per la libertà nella terra del sole

La Capitanata è una terra con un orizzonte che non finisce mai, dove il giallo del grano e il rosso dei pomodori si mescolano sotto un sole che non perdona, un sole che picchia sulle tempie come un martello. È una terra bellissima, certo. Ma è anche una terra di ombre.

Perché, tra i filari, tra le pieghe di questo paesaggio che sembra una cartolina, si nasconde un meccanismo. Un ingranaggio silenzioso e spietato chiamato caporalato. E il caporale non è solo un tizio che decide quanto vali per un’ora di schiena spezzata. È controllo, è possesso, è soprattutto, il monopolio del movimento.

Mettiamoci nei panni di un uomo che arriva da lontano. Ha attraversato il mare, ha negli occhi il deserto, e ora si ritrova qui, in un ghetto fatto di lamiere e polvere. Per andare a lavorare, per guadagnarsi quei pochi euro che servono a sopravvivere, quell’uomo ha bisogno di un passaggio e lì, nel buio prima dell’alba, arrivano i furgoni. Sono carrette vecchie, stipate all’inverosimile, guidate da chi quel passaggio te lo fa pagare caro. Non solo in soldi, ma in libertà. Se controlli il trasporto, controlli la vita. Se decidi tu chi sale e chi scende, decidi chi mangia e chi no.

Ma ecco che succede qualcosa. Un piccolo strappo nella trama di questo sistema.

Qualcuno ha deciso di mettere in moto un’idea. La chiamano Taxi Sociale, Taxi Lavoro. Sembrano definizioni burocratiche, di quelle che si leggono nei faldoni delle questure, eppure dentro c’è il battito del cuore della gente. Sono pulmini, camper, mezzi che non appartengono alle gerarchie del fango. Sono mezzi che viaggiano alla luce del sole.

Immaginate questo taxi che arriva davanti a un insediamento. Non c’è il volto scuro di chi vuole approfittarsi di te. C’è un autista, c’è un mediatore culturale, qualcuno che parla la tua lingua e che non ti guarda come un numero, ma come una persona. Questo taxi ti porta all’ospedale se stai male, ti accompagna in un ufficio se devi fare i documenti, o ti porta dritto al campo, senza che tu debba dare metà della tua paga a un aguzzino per il disturbo.

È una sfida. È un modo per dire che lo Stato, o almeno quella parte di società che ancora crede nella dignità, c’è. È il progetto Su.Pr.Eme. 2, sono i Poli Sociali che si spostano tra San Severo, Manfredonia, Cerignola. È la Fondazione Siniscalco Ceci Emmaus che mette le ruote alla speranza. Non è solo trasporto. È l’inizio di una fuga. Una fuga dal ghetto, non solo fisica ma mentale. È l’idea che si possa vivere in una casa vera, con un letto pulito, fuori dalle baraccopoli che sembrano gironi danteschi.

C’è un’immagine che resta impressa. Un camper che si ferma tra le case, la porta che si apre e qualcuno che scende per tenderti la mano. Niente più ricatti, niente più sguardi bassi per paura di perdere il posto sul furgone della morte. Solo il rumore di un motore che gira pulito e la polvere della strada che finalmente si posa, lasciando intravedere un futuro diverso.

Perché la lotta al caporalato non si fa solo con le manette e i processi, che pure servono. Si fa togliendo l’acqua al pozzo dei cattivi. Si fa offrendo un’alternativa. Un taxi, una corsa, un gesto umano. In questa terra di sole e di ombre, oggi c’è un colore in più. Ed è il colore della legalità che si mette in viaggio. Stavolta è speranza.

di Eligio Scatolini

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