Il popolo è sovrano, ma il governo ha sempre ragione

Con un’affluenza discreta (58,93% degli aventi diritto) e un risultato abbastanza netto (53,56% dei votanti), la riforma costituzionale sul riassetto delle carriere e degli organi di autogoverno dei magistrati è stata bocciata.

Mi è sembrata una buona notizia, soprattutto per il suo significato generale, che considero interessante sotto diversi punti di vista.

Il primo di questi – che, a dir la verità, mi ha sorpreso – è che molti elettori non hanno creduto alle fandonie della propaganda politica. Temevo che fossimo tutti più creduloni, come una parte della politica forse desidererebbe.

Invece no. Non tutti hanno creduto al fantasma, così autorevolmente agitato, di orde di pedofili e stupratori, immigrati clandestini e spacciatori in giro per le strade della nostra bella “Nazione” dopo la vittoria del NO. Né alle minacce di “figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita”. Né all’invito, più subdolo perché sempre desiderabile, di un “voto contro le caste”.

D’altronde, già chiamare questa legge costituzionale “riforma della giustizia”, come governo e maggioranza hanno sempre fatto, è di per sé un inganno: la legge non poteva né voleva in alcun modo riformare la giustizia italiana in tutte le sue innumerevoli pecche, e neanche in qualcuna di queste.

Questa era una riforma degli equilibri costituzionali, non della giustizia. E così avrebbe dovuto essere sempre chiamata.

Invece il quesito – ipocritamente tranquillizzante – posto sulle schede elettorali dal governo suonava: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, approvato dal Parlamento ecc. ecc.?».

Solo grazie all’intervento del “Comitato dei 15” per il NO, il quesito fu modificato: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” […] con la quale vengono modificati gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione?»

Forse questa rettificazione, apparentemente di poco conto, ha ristabilito una giusta prospettiva ed ha cominciato a svegliare gli italiani.

A ben guardare, con questo referendum gli elettori hanno impartito una lezione importante alla politica: mentire non è conveniente. Spesso i politici si innamorano delle proprie parole e sfugge loro il fatto che le bugie si riconoscono, come insegnava Collodi. Hai voglia a dire bugie, più o meno paludate o scomposte: se una dice che entrare in società con la figlia diciottenne di un prestanome della mafia è una scusabile “leggerezza”, e un altro dice che non ci si deve dimettere per una banale “foto”, una congrua parte dei lettori “sgama” il falso. E quale cittadino si fiderà di un bugiardo, a meno che non sia in qualche modo colluso con quel tipo deteriore di politica? Infatti, non dobbiamo dimenticare che esiste anche il “solito sistema clientelare”, come ci ha ricordato l’Onorevole Aldo Mattia, e che quel sistema esiste anche perché ci sono i “clientes”, purtroppo.

Altrettanto interessante è che molti più cittadini del solito sono andati a votare, rompendo l’abitudine all’astensionismo che sembrava assai radicata. Questo è ancor più significativo. È plausibile che abbiano percepito una situazione di pericolo. A quanto pare non tutti si sono lasciati sedurre dalle rassicurazioni ufficiali: soprattutto dall’affermazione, reiterata come un mantra, che l’articolo 11 della Costituzione non era stato toccato. Forse i cittadini hanno capito che non ci sarebbe stato motivo di cambiarne altri sette, di articoli, se non per svuotare di significato quello principale: qualche volta il non detto diventa più espressivo delle parole dietro cui si tenta di occultare la verità.

Comunque è un’altra lezione per la politica: il popolo si muove, quando la posta in gioco è importante.

L’esito del referendum ha poi fatto vedere qualcosa di apparentemente banale e secondario, ma non per questo trascurabile.

La premier Meloni non ha avuto il coraggio di affrontare la stampa dopo la proclamazione del risultato referendario. Abbiamo sempre visto, dopo qualunque confronto con le urne, i segretari di partito e gli esponenti del governo – vittoriosi o sconfitti che fossero – affrontare i giornalisti per fare le loro, più o meno sensate, dichiarazioni. Mai si era visto un personaggio di quel calibro (presidente del Consiglio e segretaria del maggior partito) rilasciare una dichiarazione ovattata e patinata dal giardino di casa, in completa solitudine, mettendo la solita spocchiosa distanza tra sé, i cittadini e gli organi di informazione.

Non è un caso, è una precisa strategia.

Ma anche questa strategia ci dice (o almeno mi dice) qualcosa. Forse è più facile ingannare, o in qualche modo “intortare” gli elettori, se nessuno può fare domande scomode.

Infine, mi sembra interessante notare che nessuno degli sconfitti ha riconosciuto di aver avuto torto a volere, presentare e approvare quella riforma.

Ad esempio la Meloni, nel videomessaggio registrato dal suo bucolico giardino, alla dichiarazione di «rispetto» della volontà popolare ha subito accostato il «rammarico» per «un’occasione persa di modernizzare l’Italia». Come dire: ha sbagliato il popolo, non certo lei.

Similmente Nordio, che si è “coraggiosamente” presa la colpa della sconfitta, l’ha attribuita ad un errore di strategia comunicativa.

Né all’una né all’altro è venuto in mente che la riforma è stata bocciata perché era sbagliata in sé stessa, oltre che nelle frettolose modalità di approvazione, incongrue con la portata di un’ampia modificazione della costituzione. La strategia comunicativa non poteva, a quel punto, che diventare sguaiata, aggressiva o ingannevole.

In ogni caso, il senso univoco delle dichiarazioni è abbastanza chiaro: la maggioranza di governo non sbaglia, è il popolo che fraintende. D’altronde, dicono loro, la maggioranza aveva un mandato popolare, doveva necessariamente fare questa riforma, perché richiesta dagli elettori.

Ma forse, qui c’è una contraddizione: ma come, gli elettori prima la volevano e poi l’hanno bocciata? O forse la maggioranza era sostenuta da una minoranza del corpo elettorale, come di fatto dicono i numeri?

Oppure quel popolo, che gli “aveva chiesto” di fare questa riforma, non sta più con loro. Forse perché un conto è desiderare che la giustizia sia resa più giusta ed efficiente, un altro è approvare una riforma inutile quanto pericolosa.

di Cesare Pirozzi

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