Ultimi colpi di missile, poi in mutande imperiali sgarrate
72 miliardi di dollari nei primi 60 giorni, ossia una media di 1,2 miliardi al giorno. Questo il costo reale della guerra aerea contro l’Iran, secondo il rapporto dello scorso 7 maggio di Popular Information, agenzia specializzata indipendente. La cifra è basata su dichiarazioni di funzionari, statistiche e dati sugli appalti e sulle missioni militari, rapporti su schieramenti e utilizzo dei sistemi d’arma, costi delle operazioni, delle munizioni adoperate, delle perdite subite, e degli armamenti dei cobelligeranti.
Di seguito la situazione del consumo di armi strategiche secondo il Center for Strategic International Studies, CSIS, di Washington, descritta in un rapporto anch’esso del 7 maggio 2026. Dati che interagiscono anche con inchieste del Wall Street Journal, e del New York Times.
Costo di ogni singola unità dei principali sette apparati missilistici usati in Iran, quantità iniziale e quantità utilizzata negli attacchi. Missili da crociera Tomahawk: 2,6 milioni di dollari ciascuno. Erano 3100 prima dell’azione di guerra, usati 1000. Missile antimissile Patriot: 3,9 milioni di dollari a unità. Erano 3300, usati ~1060-1430. Missili al lungo raggio JASSM: 2,6 milioni di dollari l’uno. 4400 prima della guerra, usati 1100. Missili PrSM: 1,6 milioni di dollari a unità. Erano 90, usati ~40-70. Missile di superficie SM-RIM: 28,7 milioni di dollari ciascuno. Erano 410, usati ~130-270. Missili SM-6: 5,3 milioni di dollari ognuno. Erano 1160, usati ~190-370. Missile antimissile THAAD: 15,5 milioni di dollari l’uno. Erano 360, usati ~190-290. Approssimativamente 4000-5000 ordigni ad elevato potenziale tecnologico e distruttivo in 39 giorni. Per ricostituire tale ingente massa di materiale bellico occorreranno dai 42 ai 64, a seconda del tipo di ordigno. E ricostituirla è maledettamente necessario, perché altrimenti si è sotto la soglia della riserva indispensabile per un eventuale confronto con una grande potenza alla pari, tipo la Cina.

Per questa stato di cose gli americani – soprattutto negli ambienti militari – usano l’espressione contenente già in sé il nome di una nota carabina “Going Winchester”, che significa aver finito, o quasi esaurito le armi da combattimento. Come ci trovassimo in una di quelle classiche scene da film, nella quale un personaggio, al riparo dietro una roccia, conta i colpi che un altro gli spara addosso, e quando ha capito che quello ha il caricatore vuoto, esce rapidamente allo scoperto e gli piazza l’unica pallottola di cui dispone in mezzo agli occhi.
Anche se non su tutti i tipi di munizioni gli Usa sono in questa condizione di scarsità armata, è anche vero, però, che essi hanno dovuto spostare proprio dal fronte orientale del Pacifico molti di questi armamenti, indebolendo la linea strategica di difesa proprio lungo quella cruciale linea geopolitica. E sulla scacchiera dei fragili e perciò mutevoli equilibri internazionali non si dà neanche il minimo vuoto, creato dallo spostamento di un pedone da una casella all’altra, che non crei automaticamente una pressione uguale e contraria dell’avversario. Anche perché a essere indebolito non è solo il fianco interno americano. Forniture di armi già contrattualizzate, se non addirittura già pagate dagli europei, subiranno anni di ritardi per essere soddisfatte. E questo si riflette direttamente sul fronte ucraino, già pesantemente autoflagellatosi per i diffusi casi di corruzione interna proprio in relazione agli aiuti europei o americani nel rifornimento di armi e munizioni. Di più: Trump potrebbe artificiosamente rallentare i tempi di consegna per punire gli alleati e la Nato del mancato sostegno da lui richiesto proprio contro l’Iran sulla chiusura dello Stretto di Hormuz. In questo modo, però, è tutto il campo occidentale interno, dominante, a infragilirsi rispetto al suo esterno dominato.
Ed è questa soglia, la faglia storica sulla quale si verifica ineluttabilmente quella che viene chiamata eterogenesi dei fini, ossia rovesciamento delle intenzioni originarie nel loro esatto opposto. L’eccesso di armamento si svela nei termini di un eccesso di follia di potenza, espansione e controllo. Questo è ciò che nella storia ha sempre condotto gli imperi ha collassare sotto il proprio eccessivo peso espansivo. L’atto di espandersi, infatti, è propriamente un’azione di progressiva sottomissione, egemonizzazione di un dentro, di un centro sempre più lontano, che ingloba, fagocita in sé un fuori, una periferia sempre più estesa. Esattamente come avviene per il collasso dei sistemi stellari. In questi la formazione e accrescimento di un nucleo di ferro interno, che non genera, ma assorbe energia, fa gradatamente aumentare, fino a prevalere del tutto la pressione, ossia la tendenza implacabile, inesorabile al collasso gravitazionale, o implosione, sul mantenimento dello stato di equilibrio generale per esaurimento del combustibile interiore. Aumento del nucleo di ferro, esaurimento del combustibile interno alle stelle, e dell’armamento interno all’impero hanno più di un’assonanza simbolica.
Gli attuali sistemi di comunicazione e trasporto hanno reso sempre più ravvicinati centro imperiale occidentale e centri periferici, orientali e meridionali, sì inglobati, ma pur sempre conflittualmente controllati. Si replica su scala enormemente più vasta il modello originario della democrazia ateniese. Il centro di potere politico costituito dalle famiglie o tribù dei cittadini, e una periferia interna, costituita da donne e schiavi. Quest’ultimi, provenienti anche dalle colonie conquistate e controllate, erano considerati meno degli animali e degli attrezzi di lavoro, ossia non uomini. Lo stesso avviene per molti immigrati odierni dalle periferie del nostro impero centrale. E tanto più non umana, anche oggi, è ritenuta la massa dei massacrati, sterminati, genocidiati sotto le guerre di sterminio e dominio occidentale.
di Riccardo Tavani

