Giorgiana Masi, indagine su un mistero italiano

“Giorgiana Masi, indagine su un mistero italiano” un libro serrato, in cui Concetto Vecchi, giornalista di Repubblica, ricostruisce gli avvenimenti di quel 12 maggio ’77. La storia di Giorgiana, una diciottenne come tante, iscritta all’ultimo anno delle superiori, di famiglia modesta, impegnata politicamente a sinistra senza eccessi, come tanti della sua generazione. Un giallo di cui tutti sanno, ma come diceva Pasolini: non ho le prove. Un mistero la sua sorte lo è stato e lo è ancora. Nel senso che, come in molte vicende delle bombe e degli attentati, non si sono mai trovati i colpevoli del suo assassinio.

La ricerca della verità nel suo caso ha assunto perfino note grottesche, con menzogne, smentite, ricostruzioni di comodo, omissioni, fino alla condanna dell’avvocato della famiglia Masi, Luca Boneschi, per diffamazione del giudice istruttore che aveva firmato la sentenza di archiviazione nel 1981.Sulla copertina del libro, pubblicato da Feltrinelli, tra ritagli di giornali spicca la fototessera della ragazza. Con un vaccino un po’ triste, un’espressione da adolescente corrucciata. Quasi un’immagine di chi sa di non avere futuro, non perché preveda la morte, ma perché “non garantita”, come tutti quelli che sollevavano la testa in quegli anni di crollo di certezze.

Era col fidanzato, Giorgiana. Voleva, Giorgiana, andare a firmare in piazza Navona per i referendum radicali nel primo pomeriggio e poi godersi la giornata di sole. Trovò la zona militarizzata e ogni accesso vietato. Persino i deputati radicali erano stati respinti dal dispiegamento di poliziotti e carabinieri. Mimmo Pinto di Lotta Continua, eletto deputato per Democrazia Proletaria, era stato spintonato, buttato a terra e dileggiato, dalle forze dell’ordine. Giorgiana, che aveva rassicurato i suoi (padre barbiere e madre casalinga) dicendo che era abbastanza accorta e che non si sarebbe fatta coinvolgere in incidenti, va a zonzo per la città, cercando altri ingressi per i banchetti per la raccolta delle firme.

Svicolando tra i numerosi focolai di scontri, accesi da cariche della polizia  e da resistenze degli autonomi, tra i dintorni di piazza Navona e fino a lungotevere. Nella sua borsetta sarà trovato, tra le altre cose, un panino. Poi, Giorgiana, capita alla fine di ponte Garibaldi, verso piazza Belli e Trastevere, nel momento in cui polizia e carabinieri hanno appena smantellato una barricata e stanno caricando i manifestanti, attestati verso Trastevere. Si sentono colpi di arma da fuoco. Due giovani vengono colpiti più o meno nello stesso tempo in cui viene colpita a morte Giorgiana.

Vari testimoni dichiarano che gli spari arrivano dalla parte delle forze dell’ordine. Eppure le armi in dotazione ai reparti non hanno sparato, dichiarano i dirigenti di polizia e carabinieri. Da testimonianze visive di fotoreporter dei giornali e da altre fonti emerge che dal lato di poliziotti e carabinieri in divisa, c’erano vari individui armati in borghese. Tutto il pomeriggio, a partire dai primi scontri in piazza della Cancelleria, dalle parti di Campo di Fiori. Nei vari scatti viene riconosciuto un poliziotto in maglietta bianca con una riga nera e tascapane da “autonomo”.

Qui la situazione inizia a confondersi. Il ministro Cossiga prima nega la presenza di militari in borghese, poi di fronte alle prove fotografiche, ammette che c’erano poliziotti in borghese per segnalare reati, ma non erano autorizzati ad intervenire. Allora, chi ha sparato?

Chi sparò a Giorgiana? Chi ne troncò la vita? Domande alle quali le risposte ci sono state, ma come diceva Pasolini: io so, ma non ho le prove. Ma le foto in cui agenti in borghese sono armati di pistola, ci sono. Giorgiana è stata uccisa. Aveva diciotto anni. Ca un colpo di pistola calibro 22. Io so, ma non ho le prove.

di Claudio Caldarelli

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