Morire di e sul lavoro

Morire di lavoro. Morire sul lavoro. Morire. Sempre e comunque. Sul lavoro si muore. Al lavoro si muore. Non c’è scampo. Le lavoratrici e i lavoratori pagano un prezzo altissimo alla loro sopravvivenza. Si. Perché si tratta di sopravvivenza, con il salario da fame che si percepisce. I contratti, ormai sempre più precariati, non offrono nessuna certezza, anzi offrono solo la certezza di non arrivare a fine mese.

Si muore sul lavoro. Si muore per andare al lavoro. Come certifica l’Inail, sono stati 189 i morti sul lavoro nei primi tre mesi dell’anno. 136 sul lavoro e 53 in itinere, cioè nel tragitto casa-lavoro. Una strage annunciata. Si, perché tutti sappiamo che ogni giorno muoiono  tre  lavoratrici o un lavoratori sul lavoro. Sappiamo, da anni, che ogni anno muoiono più di mille persone. Lo sappiamo. E, come lo sappiamo noi, lo sanno i governi, di quale colore esso sia. Ogni anno muoiono più di mille lavoratori.

Nessuno interviene. Anzi fanno finta di intervenire, ma niente cambia. Sul lavoro si muore. Ogni giorno. Tutti i giorni. E nessuno ferma o vuole fermare questa strage di innocenti. Un tributo di sangue che diviene un fiume di sangue. Sangue di persone che hanno una famiglia. Una compagna o un compagno, dei figli. Affetti. E loro, i morti sul lavoro, non tornano a casa. Rimane il loro sangue spiaccicato sul cantiere. Rimane la loro vita, spiaccicata sul cantiere.

di Claudio Caldarelli

 

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