Un’onda piccola, ma nera nera

I risultati elettorali in Italia non hanno riservato le sorprese della Francia o gli allarmi della Germania. Da noi poco è cambiato in termini di percentuali e di numeri; unica vera preoccupazione è l’astensionismo, stabilmente in crescita, che ha sopravanzato il numero dei votanti per la prima volta nella nostra storia. Questo fenomeno, se da un lato indica l’irrilevanza raggiunta dai partiti politici o, se vogliamo, l’indifferenza di troppa parte dei cittadini, dall’altro finisce con il falsare il risultato elettorale. Infatti, è causa di uno strano paradosso: alcuni partiti sono stati votati da un numero inferiore di elettori rispetto alle elezioni precedenti, e tuttavia sono cresciuti in percentuale.

In particolare, tutti i partiti di destra hanno perso voti come numero assoluto, pur crescendo un po’ in percentuale. PD e AVS sono gli unici partiti che, oltre ad essere cresciuti in percentuale, sono stati votati da un numero maggiore di elettori. Può sembrare strano ma è proprio così, ed è facile comprendere il mistero: è chiaro che, riducendosi il numero dei votanti (dal 63% al 49% del corpo elettorale), agli stessi voti corrisponde una percentuale maggiore. Ma questo rende ingannevole il risultato, anche se, è ovvio, gli astenuti non contano e i votanti sì.

Perciò FdI “è orgoglioso” per lo straordinario risultato (dal 26 al 28%), mentre invece ha perso voti, essendo passato da 7,3 a 6,5 milioni di elettori, pari a un misero 14% degli aventi diritto. Lo stesso vale per tutto il fronte della cosiddetta maggioranza, votata da meno del 25% degli italiani.

Questa noiosa contabilità non serve a fare una graduatoria tra chi ha guadagnato e chi ha perso voti, che potrebbe essere interessante per qualche politologo pignolo, ma certo non per i cittadini. Serve soltanto a dare la giusta dimensione ai partiti che, nel loro complesso, rappresentano ormai la metà scarsa degli italiani.

Se ciò contrasta con i trionfalistici toni post-elettorali, soprattutto stride con la volontà di riformare l’assetto dello Stato e la Costituzione repubblicana, attribuendosi un mandato popolare che, a giudicare dai numeri, non c’è e non c’è mai stato.

È questo, infatti, l’aspetto più sconcertante della politica attuale: pretendere di fare riforme profondamente incisive sull’organizzazione dello Stato a colpi di maggioranza parlamentare, come se questa rappresentasse la maggioranza del popolo italiano. Riforme promosse e volute ciascuna da un partitello che da solo rappresenta ancor meno.

Ma se un partito con un così basso seguito tra i cittadini (o, se vogliamo, nella Nazione) pretende di dettare delle riforme di grande impatto, secondo me si è montato la testa. Quando poi pretende di farle con il solo appoggio di quella minoranza del Paese (il 25% del corpo elettorale) che è diventata maggioranza parlamentare grazie all’astensionismo e ad una legge elettorale bislacca, per non dire truffaldina; e le vuol fare senza un confronto con le altre forze politiche, con le Istituzioni e con i cittadini, allora bisogna anche pensare che abbia una tendenza alla prevaricazione e all’autoritarismo, e che poco sappia dei valori della democrazia.

C’è poi il paradosso dei paradossi. Nella malaugurata ipotesi che la riforma del premierato fosse approvata e che alle prossime elezioni politiche i partiti ottenessero grossomodo gli stessi risultati di ora, che cosa succederebbe?

Il candidato premier del partito con più voti diventerebbe automaticamente capo del governo.

Sì, con il 28% dei voti, equivalente al 14% degli italiani!

E già questo è ridicolo, prima ancora che conflittuale con l’idea stessa di democrazia. Ma poi, alla coalizione (o al partito, se non ci fosse una coalizione, che d’altronde non è obbligatoria) che lo appoggia, dovrebbe andare un premio che la facesse diventare automaticamente maggioranza in parlamento. Se no, sai che stabilità di governo?

Ebbene, è questo lo scenario demenziale che ci viene proposto. Tutti statisti, gli uomini (e le donne) del cosiddetto centro-destra.

 

Cesare Pirozzi 

 

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