Trafficanti libici, motovedette italiane e naufraghi nel mare nostrum
Cominciò Berlusconi, quasi vent’anni fa, a regalare motovedette alla Libia, allora governata dal suo amico Gheddafi. Proseguì Gentiloni con altre motovedette, anche se Gheddafi non c’era più. L’idea era quella di delegare alle autorità libiche il controllo sulle partenze illegali: ma quelle autorità, si sa, sono sempre state complici dei trafficanti, piuttosto che nostre alleate; e i risultati furono molto deludenti.
Nonostante le motovedette – o forse anche grazie ad esse – i morti nella rotta centrale del mediterraneo sono stati circa 28.000 nel decennio 2014-2024, numero che tutti considerano ampiamente sottostimato, perché in realtà non sappiamo quanti siano i naufraghi mai trovati e i naufragi mai visti.
Il naufragio di Lampedusa nel 2013, che costò la vita a 368 persone (anche qui il numero è approssimato per difetto) scosse l’opinione pubblica e spinse l’Italia ad organizzare la missione “Mare nostrum”, che soccorse oltre 150.000 migranti in quasi un anno. Seguirono negli anni altre missioni a più breve raggio (Triton, Sophia ed altre) che continuarono a soccorrere migranti in pericolo, ma in misura inferiore, dal momento che non pattugliavano più le acque internazionali.
Oggi le operazioni SAR (ricerca e soccorso) sono appannaggio quasi esclusivo delle ONG, le uniche a navigare in pieno mediterraneo, fino in prossimità delle acque libiche.
C’è stato un visibile ripiegamento dei governi italiani (da Renzi in poi) rispetto al soccorso in mare ai migranti; ma negli ultimi anni si è scelto addirittura di ostacolare le missioni di soccorso.
Secondo il governo tale scelta si giustifica con la teoria che le attività SAR incentivano i viaggi dei migranti perché, si dice, li renderebbero più sicuri: è il cosiddetto “pull factor”. Ma esiste davvero questo “fattore di attrazione”?
Sono stati fatti diversi studi sull’argomento: dall’Università di Oxford, dal German Institute for International and Security Affairs (SWP), dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dell’ONU (IOM), per fare alcuni esempi. Tutti gli studi concordano nel negare che le missioni di salvataggio costituiscano un pull factor; non vi sono, infatti, correlazioni evidenti tra la presenza di navi SAR e l’aumento delle partenze. Al contrario, i flussi dipendono molto di più da fattori strutturali: guerre, povertà, instabilità politica, reti di trafficanti: i cosiddetti “push factors”, cioè i fattori che spingono i migranti a partire.
Lo IOM afferma esplicitamente che “le ONG non incentivano le partenze”; colmano, semplicemente, il “vuoto lasciato dalle autorità”.
Per fare un esempio, dopo la chiusura della missione Mare nostrum, vi fu un aumento record dei flussi (da 153.000 a 181.000), nonostante la netta riduzione dell’attività di soccorso; ma anche durante il “lock down” della pandemia nel 2020, quando le operazioni SAR furono praticamente azzerate, il flusso dei migranti fu nettamente superiore a quello dei due anni precedenti, con le operazioni di soccorso attive.
In conclusione, se il Ministero dell’Interno assegna un porto lontano, prolungando di giorni la navigazione, con la conseguenza di tenere le navi più a lungo lontane dalle zone SAR più vicine alla Libia, di fatto non esercita alcuna azione dissuasiva sulle partenze dei migranti. Anche se afferma il contrario.
Per conoscere gli studi e i dati qui riportati, non ci ho messo più di dieci minuti, grazie a internet. E quindi è impossibile che il governo – o, più in generale, la maggioranza che lo sostiene – non ne sappia nulla. È pur vero che, a sentir parlare alcuni suoi membri, si potrebbe pensare che il livello intellettuale non sia eccelso, ma sicuramente Piantedosi non è uno stupido: quelle assegnazioni, sebbene cervellotiche, non sono frutto di ignoranza. Né posso pensare che vogliano tenere lontane le navi delle ONG per fare un favore ai guardacoste libici, che non le sopportano e, infatti, sparano raffiche di mitra per allontanarle (ovviamente dalle motovedette graziosamente fornite da noi).
Ma allora perché lo fanno, se non influiscono sulle partenze? Perché non favorire il loro compito, visto che sostituiscono lo Stato a costo zero?
Ovviamente, nessuno, tranne il governo, può saperlo per certo: noi cittadini comuni possiamo solo fare delle ipotesi.
Per esempio, che il governo consideri le ONG come politicamente avverse, a causa della loro attività a favore dei migranti. Se il fenomeno migratorio è visto come una violazione dei sacri confini, un pericolo per l’ordine pubblico e una minaccia di sostituzione etnica, le ONG devono esser viste – “a prescindere” – come un nemico da combattere. Dal momento che quelle destinazioni lontane costano alle ONG dagli 8.000 ai 40.000 euro di gasolio in più a seconda della stazza e della distanza (per non dire delle altre spese: cibo, medicinali, stipendi eccetera), è evidente che hanno una finalità dissuasiva verso i soccorritori; non certo, come si è visto, verso i migranti.
C’è poi da considerare l’aspetto propagandistico. Il governo non ha attuato il blocco navale che aveva promesso in campagna elettorale; quindi, ha bisogno di una misura di impatto mediatico, per non dar l’impressione di aver fatto marcia indietro. Il pugno di ferro, che non sa o non vuole usare sui trafficanti di esseri umani (il caso Almasri ne è un esempio eclatante), lo usa contro le ONG, tanto per far vedere quanto è “tosto”.
Di fronte all’assegnazione del porto di Genova, la nave di Mediterranea Saving Humans ha disobbedito all’ordine del Viminale, per approdare a Trapani. Tale decisione è stata motivata con le condizioni del mare, le condizioni dei naufraghi e l’asserita impossibilità di dar loro assistenza per il periodo necessario a raggiungere il porto assegnato. Noto, per inciso, che i migranti sono stati ripescati in mare, perché gettati fuori bordo da un natante di tipo militare da trafficanti armati: sono naufraghi e vittime di un atto violento, con tutti i problemi psicofisici che questo comporta. In queste circostanze l’atto di disobbedienza sembra del tutto giustificato, se non doveroso. Le autorità competenti (o forse non molto competenti, in questo caso) hanno notificato il fermo amministrativo della nave e una multa di 10.000 euro. La nave non può muoversi (per quanto tempo sarà precisato dopo) anche se nessuno ha messo in dubbio, o verificato, lo stato di necessità invocato dal capo missione.
Il decreto Piantedosi sull’assegnazione dei porti sicuri, lo ribadisco, sembra essere del tutto ininfluente sul fenomeno migratorio, ma ingiustificatamente vessatorio nei confronti delle ONG, che si sono assunte l’onere di sostituire gli Stati europei nelle operazioni SAR.
Ma vorrei sottolineare un ultimo particolare sull’azione anti ONG portata avanti dal governo. L’abrogazione del reato di abuso d’ufficio mette il Ministero e le altre autorità al sicuro da qualsiasi sanzione, anche se i loro atti dovessero risultare ingiustificati, vessatori o illegali. Come dire: tutto si tiene.
Cesare Pirozzi

