Boléro
Il film ha certamente il pregio di farci conoscere aspetti della vita, del carattere intimo, della personalità artistica, delle relazioni umane di un musicista del primo Novecento europeo, francese, conosciuto soprattutto per il suo Bolero, e misconosciuto per tutto il resto. Solo chi studia filosofia all’Università o pianoforte classico sa che Ravel compone un Concerto per mano sinistra, commissionatogli da Paul Wittgenstein, fratello del noto filosofo Ludwig Wittgenstein. Paul è un pianista concertista che perde un braccio in guerra, ma non vuole rinunciare alla sua arte. Particolarità del brano è che Ravel lo compone come fosse per entrambe le mani. Ma tutto questo nel film è brevemente riportato.
Tutto prende le mosse dalla celebre danzatrice russa Ida Rubinstein che gli commissiona la musica per il suo prossimo balletto. Ravel, non può dirle di no, ma nello stesso ha una forte repulsione interiore a comporre per lei. Prende tempo, trova scuse, viaggia, va in America dove s’imbatte nel jazz. Nel frattempo noi penetriamo sempre più nel suo mondo intimo, nei suoi rapporti umani più vicini. A parte la Rubinstein, c’è la pianista Marguerite Long, vera e proprio consigliere, confidente, confessore. Poi un’altra affascinante donna russa, anche lei pianista, Misia Sert (leggi Misha), la quale – nonostante un marito geloso furioso – ha una forte attrazione verso Ravel. E anche il musicista verso di lei: ma preferisce dedicarle pezzi, note musicali che notti d’amore. Soprattutto è il rapporto con la madre, quasi tutto mostrato attraverso flash-back di memoria, che c’è nel conscio e nell’inconscio dell’artista. E qui il film zoppica un po’, perché questi ricordi che riaffiorano in Ravel vorrebbero in parte spiegare le sue difficoltà di rapporto con tutte le donne, anche prostitute, e nonostante non sia gay. Con Misia, in particolare, la quale, invece, è una donna completamente libera, che tradisce spesso e volentieri il marito, anche se non con il prigioniero di sé stesso Ravel, come entrambi desidererebbero.
Così che il pregio del film segnalato all’inizio non è sufficiente a tessere la qualità stilistica che gli sarebbe necessaria per essere all’altezza della materia. C’è da dire, però, che il brano musicale, il mitico Bolero raveliano, appare continuamente nel film come un vero e proprio personaggio costantemente presente. E nonostante sia lo stesso artista a dire che non capisce bene cosa la gente ci trovi in quel suo pezzo, esso continua ad attrarre il pubblico, anche davanti allo schermo in una sala buia.
Molto ben realizzate sia la coreografia del balletto di Ida Rubinstein, sia quella finale di chiusura travolgente del film. Entrambe meritano da sole la sua visione.
Distribuzione: Movies Inspired. Durata: 120 minuti.
Riccardo Tavani

