Sobrietà per la ricorrenza del 25 Aprile, solennità per i funerali di Francesco

La ricorrenza della Liberazione è una Festa Nazionale, cioè della Nazione: dovrebbe piacere a quelli cui piace la parola “nazione” e che la usano con una certa enfasi. Serve a ricordare la liberazione da un regime che “considerava la guerra un fatto naturale (“la guerra sta all’uomo come la maternità sta alla donna”); dall’idea di una pretesa  superiorità razziale, presa a motivo di sterminio; dall’uso della violenza e dell’omicidio come strumento politico ammesso e approvato; dalla stupidità di un leader (allora si diceva duce) che volle una guerra (anzi più d’una) senza aver la capacità di prepararla adeguatamente né di portarla a termine; da una classe politica avida e fanatica, che ha mandato a morire centinaia di migliaia di italiani, illudendoli con una retorica vuota e bolsa” (Stampacritica del 30/04/2024). 

La Festa fu istituita nel 1946 dal Re Umberto II su proposta di Alcide De Gasperi, due conservatori piuttosto lontani dalle politiche di sinistra, a conferma che non è mai stata una festa “di sinistra”. 

La festa ha poi avuto una sua storia del tutto particolare e paradossale.

Gli ex (?) fascisti del MSI la osteggiarono in modo palese. Lasciarono le aule parlamentari durante la sua celebrazione, promossero una campagna sul loro giornale per abrogarla, organizzarono feste alternative per ricordare i caduti repubblichini con tanto di inni e saluti fascisti. Stabilirono così una netta linea di demarcazione tra una destra nostalgica e il resto delle forze politiche della “nazione”, che si ispirano alla liberazione ed alla Costituzione repubblicana.

Sembra incredibile, ma oggi la destra (nostalgica? conservatrice?) si lamenta che il 25 Aprile sia stato trasformato dalla sinistra in una festa di parte, come se non fossero stati proprio i loro esponenti a farlo. È questa, ancora, l’accusa più ricorrente nella cosiddetta seconda repubblica. Berlusconi cercò sempre di sottrarsi alle cerimonie dicendo che «non veniva considerata la festa della Liberazione ma la festa di una parte contro l’altra», salvo poi cambiare idea ad Onna nel 2009, ricordandosi all’improvviso delle stragi di Onna e Cefalonia, nonché della “soppressione della libertà” ad opera del regime fascista. Un voltafaccia mai spiegato.

Salvini ha definito la festa un “derby tra fascisti e comunisti”: una dichiarazione che si commenta da sé.

La Meloni ha seguito un lento percorso di apparente avvicinamento ai valori del 25 Aprile. In passato asseriva che “è una festa divisiva che non rappresenta tutti gli italiani”, e che serve a ricordare “quando ci siamo ammazzati tra di noi”. Ma sappiamo bene chi sono gli unici italiani che non si sentono rappresentati, cioè gli eredi degli unici responsabili di quel reciproco “ammazzamento” cui nobilmente la premier sembra ridurre la Resistenza. Lo scorso anno dichiarò, invece, che “la caduta del fascismo pose le basi dell’attuale democrazia”: concetto lapalissiano, ma meno di parte. Quest’anno si è spinta oltre, dichiarando: “In questa giornata, la Nazione onora la sua ritrovata libertà e riafferma la centralità di quei valori democratici che il regime fascista aveva negato e che da settantasette anni sono incisi nella Costituzione repubblicana”. 

Dovremmo essere contenti di questo sostanziale cambiamento. Infatti, tutta la maggioranza di governo plaude a queste dichiarazioni: lo vedete che non è fascista? La smettete con le polemiche?

Ma si sa che, in politica, Parigi val bene una messa, e Roma può valere un cambiamento di linguaggio.

Se si trattasse di un cambiamento vero, di una lodevole maturazione, credo che un politico dovrebbe iniziare dicendo: prima ho sbagliato a dire quelle cose, ma ora ho capito. Ma questo non c’è stato, perciò rimane il dubbio che le diverse posizioni di ieri e di oggi siano soltanto scelte opportunistiche.

Comunque, sta di fatto che alla ricorrenza è stata messa la sordina, con l’inusitata durata del lutto per la morte di Papa Francesco. Ma la Chiesa ha dimostrato come un evento possa essere solenne anche se si è in lutto, come si possa cantare e applaudire anche a un funerale. Similmente si può solennizzare la ricorrenza del 25 Aprile, anche se si è in lutto: dopo tutto, si ricordano eventi tragici, non la conquista dello scudetto; il richiamo alla sobrietà o altre affermazioni alla Musumeci sono del tutto fuori luogo e sanno di pochezza politica per questa maggioranza.

Al  contrario, il funerale del Papa è stato un evento che ha commosso il mondo. Per tutto il giorno, persino le bombe hanno taciuto a Gaza e in Ucraina. Anche Trump e Zelensky si sono seduti su due sedie sotto le solenni volte di San Pietro a parlare. Un segno? Un primo, piccolo miracolo?

Cesare Pirozzi                                                          

 

 

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