Dalla trappola di Annibale al Campo del Sole
21 giugno del 217 avanti Cristo. C’è una nebbia fitta, spessa, di quelle che salgono dal lago Trasimeno e inghiottono tutto: i profili delle colline, gli alberi, persino il respiro degli uomini. Una nebbia che sembra quasi un muro.
Ecco, in mezzo a quel nulla bianco, ci sono venticinquemila soldati romani. Stanno marciando. Sono stanchi, convinti di inseguire un nemico in fuga. Al comando c’è il console Gaio Flaminio, un uomo impetuoso, sicuro di sé. Camminano in una stretta piana, schiacciati tra le acque del lago e i costoni boscosi di quella che oggi chiamiamo Tuoro sul Trasimeno. Una trappola perfetta. Ma loro non lo sanno.

Perché lassù, nascosto nel bosco, immobile nel silenzio più assoluto, c’è un uomo con un occhio solo e una mente che viaggia a una velocità spaventosa. Annibale Barca. Il generale cartaginese ha studiato la geografia di quel luogo come se fosse un palmo della sua mano. Ha disposto i suoi uomini – galli, africani, spagnoli, la sua micidiale cavalleria – lungo tutte le creste. Aspetta solo il momento giusto. Aspetta che l’intera colonna romana sia entrata nell’imbuto.
E poi, improvvisamente, succede qualcosa. Un segnale. Forse il suono di una tromba che squarcia la nebbia, o forse solo un ordine sussurrato.
I cartaginesi vengono giù dalle colline come una valanga. Immaginate il rumore: le urla, lo sferrare delle spade, il panico che esplode in un secondo. I romani non hanno nemmeno il tempo di capire da dove arrivi l’attacco, non riescono a schierarsi in formazione di battaglia. È un massacro. Molti vengono spinti dentro l’acqua e affogano sotto il peso delle loro stesse corazze di ferro. In meno di tre ore, quindicimila soldati romani muoiono lì, compreso il console Flaminio. Il Trasimeno si tinge letteralmente di rosso. Una delle più grandi imboscate della storia militare si è consumata nel silenzio irreale della nebbia umbra. Strano, no? Eppure è andata proprio così.
Ma se oggi camminate lungo quelle stesse sponde, a Navaccia, poco distanti da dove la terra tremò sotto i calpesti dei cavalli, trovate qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che toglie il fiato, ma stavolta per la bellezza.

Si chiama Campo del Sole. È un’opera d’arte monumentale, una specie di Stonehenge moderna nata alla fine degli anni Ottanta da un’idea di Pietro Cascella, insieme a Cordelia von den Steinen e Mauro Berrettini. Ventisette colonne. Ventisette sculture monumentali in pietra serena locale, alte più di quattro metri, disposte a spirale, che convergono verso un tavolo centrale sormontato da un simbolo solare.
Ogni colonna è stata scolpita da un artista diverso, proveniente da ogni parte del mondo. C’è dentro l’anima di scultori che dialogano tra loro attraverso la pietra. Ma qual è l’idea profonda di questo luogo?
È il ribaltamento della storia. Dove un tempo c’era lo scontro violento tra popoli diversi, dove c’erano il sangue, le grida e le barriere invisibili della guerra, oggi c’è un punto d’incontro. La spirale del Campo del Sole non chiude, ma accoglie. È un tempio laico dedicato alla memoria, ma soprattutto alla pace e al dialogo tra le culture. Quelle pietre che svettano contro il cielo del Trasimeno sembrano dirci che l’arte ha il potere di curare le ferite del tempo. Che dove c’era la morte, può nascere una straordinaria, silenziosa armonia.
Eligio Scatolini

