L’ironia critica alla cultura della banalità

“Usa e getta. La società del banale. Abbiamo costruito una società sempre più banale, più vuota, più consumistica, fatta di evasioni e apparenze. Una banalità che si è insinuata nel sistema di vita sociale, in ogni momento della quotidianità.” (Parafrasando Aristotele)

Così, Alessio Dari, in arte Artù, cantautore romano, al Mayda di Monterotondo, alle porte di Roma, si racconta e ci racconta, con le sue canzoni, l’ironica critica alla banalità quotidiana, accompagnato da Andrea Inglese alla chitarra.

Ma andiamo per ordine, apre il concerto Alessandro Celani, di Capena, accompagnato da un chitarrista d’eccezione, Manlio Torrioni, di Fiano. Presentano tre brani, contemporanei, attuali, con la forza dei testi in grado di avvolgere chi ascolta. Da “Vizio capitale” al “Canto del cigno”, Alessandro Celani ci fa scoprire la voglia di ascoltarlo ancora, affinché il cigno prenda il volo.

Poi è la volta di Gaia Clarizia, in arte solo Gaia. Una presenza scenica coinvolgente, una cascata di capelli rossi sulla chitarra rossa e una voce che divarica le porte dell’anima. Gaia racconta che viene dalla Puglia e studia architettura, ma si sente cantautrice a tutto tondo. E lo è, cantautrice in piena regola. Le sue canzoni, risuonano dentro la sala strapiena del Mayda. Inizia ad “inciderci le mani con un coltello…” ogni nota una cicatrice, indelebile, difficile da rimuovere. Così si lecca le ferite, ma colma il desiderio, si perde e si ritrova. Gaia è bravissima, riesce a coinvolgere il pubblico, da uno scossone con le parole, intense, graffianti, sincere, senza orpelli. Va giù diretta, senza fingere. Poi chiude con “Scolpire” un regalo per chi ascolta, dice al pubblico, un regalo per chi la comprende per dedicarla a chi manca “…ho dipinto i tuoi occhi sulla mia faccia per vederli ogni mattina…scolpirò il tuo abbraccio per poter stringerlo di nuovo…” ci emoziona, fino alla lacrima che scende quando l’abbiamo compresa.

Torniamo al concerto di Artù. Un concerto che non si doveva fare. Ma lui, contrario alle regole che imbrigliano, scioglie il cappio e con un atto di anarchia cantautorale abbraccia la chitarra e inizia la sua fantastica, ironica critica, alla cultura della banalità. Lo fa con Danco, l’uomo nato stanco, che non aveva niente. In questo vuoto di esistenze, Artù e Andrea Inglese, si lanciano nella mischia, tra gli applausi e il coro, di un pubblico affezionato, che conosce ogni suo testo. Una festa miracolosa, qui, al tempio della musica folk di Monterotondo, qui al Mayda, dove tutto è reso possibile, dalla grande capacità organizzativa di Giuseppe Bellomo, che Artù ringrazia più volte dal palco. Le difficoltà esistenziali, cantate da un cantautore sopra le righe, unico nel suo genere, definite del “passato prossimo” ci fanno riflettere nel profondo, aprendo spazi di malinconia, in cui però, ogni volta ci arriva la speranza.

Una scaletta composita, che regala ad ognuno un pezzo di sé, senza tralasciare i particolari. Artù è il sogno nel cassetto che ci permette di riappropriarci della nostra esistenza, facendoci uscire da quella “banalità del male” (Hannah Arendt) che ci sovrasta. Artù racconta storie, si racconta e ci racconta, regalandoci un brano postumo scritto da Rino Gaetano, non completo e che lui ha avuto l’onore di completare, dal titolo “Ti voglio”. Un miracolo di canzone che prende al cuore e lo tira sempre più su, nel cielo, con la sua chitarra e la sua ispirazione.

In  una città che ti mastica e sputa, in cui la solitudine ti relega ai margini e gli attacchi di ansia di chi non sa volersi bene, ti fanno diventare un relitto, sono spazzati via da un messaggio confortante: niente paura, tutto passa.

Claudio Caldarelli

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