Io sono colei che mi si crede

Ognuno crede ciò che vuole. Ognuno è preda della sua “infamità” del pettegolezzo. Tutti credono cose che non esistono o quantomeno cose irreali, inventate per noia o per ipocrisia. Non c’è nessuna verità o ci sono più verità. L’inconoscibilità del reale, di cui ognuno può dare una propria interpretazione che può non coincidere con quella degli altri. È impossibile riconoscere la verità assoluta, ci dice Pirandello in questa sua commedia degli specchi, dove ognuno non è se stesso, e tutti sono qualcos’altro. Tutto è deformato perché tutto è irreale.

Al Quirino di Roma va in scena “Così è (se vi pare)” per la regia geniale, sincronizzata speculare, di Geppy Gleijeses, con una compagnia fantastica, per capacità e bravura, di attrici e attori che riescono a confondere, nel gioco dell’inganno, il disinganno della verità nascosta “alla luce del sole”. Sul palcoscenico una ottima Milena Vukotic accompagnata da Pino Micol e Gianluca Ferrato, recita e mette in mostra la piccolezza e il decadimento della piccola borghesia di provincia, intenta all’arte dello spettegolezzo per riempire il vuoto di una vita vuota. Non c’è verità perché nessuno vuole verità quando è più facile deridere, accusare, infangare, senza chiedersi cosa realmente accade. La sovrapposizione dei sogni con la realtà dissimula ciò che accade e confonde, nella mente, ciò che non accade. Il cannocchiale rovesciato della “filosofia del lontano” che invece di avvicinare allontana la realtà visiva dalla realtà vissuta.

Tutto si confonde. Tutto viene deformato perché incorporeo e nello stesso tempo filtrato, alla luce riflessa di specchi, che rimandano l’esistenza nel limbo delle vite vissute nella ipocrisia del non farsi domande. Domande che invece vengono poste al malcapitato di turno che deve rispondere della sua scelta di vita, etica e morale.

Quella etica di cui, loro, sono sprovvisti. Così ognuno percepisce la sua realtà per come gli pare, generando così un relativismo delle forme, delle convenzioni e della esteriorità.

Una messa in scena da capolavoro, con un inizio parlato dalla voce fuori campo che avvicina lo spettatore alla trama del dopo. Così anche gli ologrammi delle attrici e attori che raccontano, la fase iniziale di una trama da districare. Un uso geniale dei meccanismi del teatro per fondere le forme incorporee con quelle corporee del pubblico in religiosa attesa. Tante realtà per tante verità, non esiste una unica verità oggettiva come non esiste una unica realtà oggettiva. Tutto è senza forma perché ognuno vuole dare la sua forma.

La relatività della verità è il concetto su cui si basa tutta l’opera, e il regista Gleijeses riesce pienamente a mettere in scena questo concetto, rendendolo fruibile in tutta la sua durata, sottolineando di come la realtà viene percepita da ciascuno in modo diverso. Il ritmo veloce, la mimica espressiva intensa, la curiosità che anima i personaggi, viene trasmessa al pubblico dalla signora Ponza, vestita a lutto e coperta da un velo nero a significare che la verità certa è nascosta e non può essere conosciuta, fino a dire nella battuta finale: “Io sono colei che mi si crede”.

 Claudio Caldarelli

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