Cervantes: prigioniero in Algeri prima del Don Chisciotte
Il film di Alejandro Amenábar è una coproduzione italo-spagnola, con protagonisti Julio Peña Fernández, nel ruolo di Miguel de Cervantes Saavedra, e Alessandro Borghi in quello del Bey di Algeri di Hasan Bajah, più conosciuto come Hasan Pascià. Hasan è un italiano nato a Venezia, convertitosi all’Islam dopo avventurose peripezie, ricoprendo diversi alti incarichi militari, diplomatici e politici. Persona coltissima e multilingue, è Bey, ossia governatore di Algeri, proprio negli anni di prigionia lì di Cervantes, che vanno dal 1575 al 1580. Lo scrittore è catturato nel quadro della battaglia di Lepanto, colpito da un’archibugiata nemica che gli paralizza a vita il braccio sinistro.
Il prigioniero, questo il titolo del film, è costato sui 15 milioni di euro, incassandone insignificante in Italia, e circa la metà in Spagna, dove Cervantes è considerato il massimo e intramontabile padre letterario nazionale. Come Dante Alighieri da noi e William Shakespeare in Gran Bretagna. Tra l’altro, quest’ultimo si narra sia morto lo stesso giorno di Cervantes, il 23 aprile 1616, e anche se non è esattamente vero, tale giorno è eletto a Giornata del Libro, in onore dei due. Ma torniamo al film: esso gode e riempie gli occhi di un’ambientazione veramente da meraviglia, connotandosi come un aspetto non solo meramente scenografico, ma anche di contenuto narrativo. La Spagna è stata 781 anni sotto la dominazione araba, dal 711 a 1492, e di luoghi, palazzi, cortili, giardini, fontane in stile architettonico arabeggiante se ne trovano davvero molti. Come mai, allora, un così scarso incasso, soprattutto in Spagna, terra impregnata fin nelle radice più profonde della cultura e dell’insegnamento secolare da Cervantes?

Per quello che ci riguarda una delle ragioni risiede nella doppia cifra che il film cerca di tenere e di sviluppare insieme. La cifra popolare e quella artistico-stilistica. Tentativo sempre azzardato in sé, perché quando si narra di uno dei massimi artisti d’ogni tempo e sotto ogni latitudine, l’alta qualità d’arte non può che essere un imperativo categorico. L’esempio è il nostro Pier Paolo Pasolini: ha trasporto sullo schermo grandi classici della letteratura, del teatro, e la stessa vicenda di Cristo, non demordendo neanche in un solo istante e fotogramma dalla elevata qualità artistica, pur facendo echeggiare, riverberare sotto i dialoghi e le immagini un che di ancestralmente popolare. Cosa che – dolorosamente – non riesce in questo film. L’ansia di raccontare e spiegare tutto pianamente, ossia in modo facilmente comprensibile, fa scadere i dialoghi a un tono troppo banalmente didascalico, poco efficacemente sintetico, ossia esistenzialmente poetico. E lo stesso accade per molte inquadrature, sequenze, movimenti della macchina da presa.
Una vera mancata occasione per un film capolavoro, dato che le premesse c’erano tutte. Nonostante questo, il film è senz’altro da vedere, perché non è comunque spregevolmente realizzato, anzi, e anche in ragione che questa vicenda di Cervantes resta prevalentemente misconosciuta, tanto da segnarne una cifra esistenziale. Pur non narrate qui, altre strazianti peripezie giudiziarie e carcerarie, infatti continueranno a perseguitare lo scrittore anche dopo il ritorno in patria e fino al termine della sua vita. Distribuzione Lucky Red. Durata 134 minuti.
Riccardo Tavani

