L’hangar rosso

Nel titolo c’è il colore rosso, ma il film è nero. Nero per la tonalità politica di ciò che avviene; per la notte buia pesta di leggi, diritti, civiltà che cala improvvisa su un popolo, su una nazione. Per l’assenza di colore anche della pellicola; un bianco e nero non solo cromatico, ma anche del carattere del protagonista, dell’asciuttezza tendente ai monosillabi, al silenzio delle sue parole, delle sue decisioni. Rosso è il nome che danno all’hangar insanguinato da pestaggi e ammazzamenti iniziati all’alba dell’11 settembre 1973 a Santiago del Cile.

È un frammento cruciale della vicenda vera del Capitano dell’Aereonautica Militare Jorge Silva, campione di paracadutismo, molto ammirato dalle reclute che addestra nella scuola militare dentro una caserma non lontana dal palazzo della Moneda, nella quale fu attaccato e poi ammazzato dai golpisti il presidente Salvador Allende. Il film, infatti, è tratto dal libro Disparen a la bandana, Spara allo stormo di Fernando Villagrán che racconta la sua esperienza di prigioniero politico insieme a Jorge Silva. Parliamo di frammento, perché si svolge tutto nei primi due giorni del colpo di stato e negli ambienti della scuola di aereonautica, all’interno della quale c’è un vecchio hangar in disuso, allestito poi a luogo di detenzione, interrogatorio, pestaggio, tortura, eliminazione degli oppositori politici: ossia dei rossi, marxisti, comunisti, socialisti, cattolici impegnati.

Rosa, la moglie del Capitano Silva, è una professoressa e sparisce anche lei tra numerose retate nelle scuole e nelle università. Come molte volte nel cinema, la figura femminile viene a rappresentare la nazione stessa, ed è come fosse sparita proprio tutta la nazione quella mattina. E il dramma del film di svolge in questo contrasto: pur avverso agli ufficiali infedeli e violenti che irrompono nella scuola e ne assumono il comando, lui vuole mantenere ferma la sua fedeltà di militare alla patria. Ubbidire agli ordini dei superiori, pure i più odiosi, cercando di attenuarne le conseguenze più estreme. Il dramma, però, si acuisce verso la tragedia, perché si rende conto che il suo nuovo comandante, pur odiando Silva per vecchie vicende, tanto da poterlo ammazzare direttamente, preferisce che lui diventi una pedina dell’ingranaggio repressivo. Tanto più il potere è sanguinario, tanto più ha bisogno della cosiddetta zona grigia, quella denunciata dalla filosofa Hannah Arendt nel suo libro La banalità del male. Si tratta della schiera di amministratori, burocrati, impiegati, anche in servizio militare, che si limitano ad adempiere scrupolosamente ai propri compiti di portata parziale, non direttamente implicati nei crimini consumati, ma solo a mantenere efficienti gli ingranaggi che – per diversi e successivi gradi – a essi condurranno. Non dimentichiamo che Adolf Eichmann – il cui processo è raccontato in quel libro dalla Arendt – ha sempre rivendicato di non aver mai torto un solo capello agli ebrei sterminati nelle camere a gas. Lui li ha soltanto trasportati con i treni, in maniera giudiziosa, efficiente, non potendosi da fedele amministratore sottrarre in nessun modo a tale compito, perché questo gli era stato ordinato di fare.

Anche il Capitano Silva viene destinato soprattutto al trasporto con i camion militari dei detenuti dall’Hangar Rosso allo Stadio di Santiago, divenuto carcere di massa a cielo aperto, e poi alla sparizione, alla morte. Di fronte alla sua fedeltà militare alla patria, alla moglie che la simboleggia, qual è la scelta più autentica da compiere: conformarsi, ribellarsi, fuggire. Ognuna di queste decisioni – indipendentemente da quella adottata nella realtà e nel film da Silva – avrebbe aperto un percorso narrativo diverso, altrettanto meritevole di sviluppo, soprattutto quella di intonarsi anche lui alla zona grigia. Questo, naturalmente, prendendo solo i presupposti della realtà storica, sganciandosi poi liberamente da essa per indagare altre possibilità politiche ed esistenziali.

Il regista, però, sceglie la fedeltà alla reale vicenda biografica del Capitano, puntando soprattutto su una cifra stilistica di segno concisamente antiretorico, antieroico, esaltato dalla scelta del bianco e nero e dalle interpretazioni del protagonista Nicolás Zárate, nel ruolo del Jorge Silva, e dell’antagonista Marcial Tagle, in quello dello spietato colonnello golpista, addestrato negli Usa, Mario Jahn,. Distribuzione I Wonder Pictures. Durata 82 minuti.

Riccardo Tavani

 

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