Sciascia: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”
Scomparso nel 1989, Leonardo Sciascia resta una figura di scrittore e intellettuale politicamente impegnato di grande attualità. Lo dimostrano gli studi, i convegni, i saggi e i molti riferimenti che in rete e sui social si dedicano costantemente a lui. Ci limitiamo a ricordare l’appassionate libro di didattica L’italiano è il ragionare, che abbiamo qui recensito, scritto nel 2026 dalla professoressa Roberta De Luca. E proprio lo scorso mese, esattamente, il 10 luglio, l’autrice ha presentato il suo saggio nella cittadina siciliana di Racalmuto, dove Sciascia è nato nel 1921. Ospite d’onore del Circolo Unione, nonché di Casa Sciascia, lei ha potuto toccare con mano l’importanza nella vita e nelle opere dello scrittore di queste sue origini nel territorio agrigentino.
Ma se vogliamo davvero intimamente comprendere tali radici sciasciane non possiamo che tornare al film del 2000 di Salvo Cuccia, Ce ne ricorderemo di questo pianeta. È un documentario davvero cruciale, disponibile gratuitamente su YouTube, perché tali radici non solo le svela visivamente, acusticamente, ma ce le fa sensibilmente percepire sottopelle. Il titolo del film è l’epitaffio che Sciascia ha voluto fosse inciso sulla sua tomba: Ce ne ricorderemo di questo pianeta. Non è una sua frase originale, ma è dello scrittore francese Auguste de Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889). Esprime insieme attaccamento appassionato, distacco ironico, rimpianto dolentemente sorridente per la vita. “Questo pianeta, cioè, con le sue abiezioni e dolcezze – ne scrive Gesualdo Bufalino –, quanto dovrà apparirci estraneo, da una remota nuvola, e tuttavia oggetto d’una insopprimibile volontà di memoria”.

Verso la fine del film Sciascia fa riferimento al suo essere nato, cresciuto, circondato da un’atmosfera e da personaggi pirandelliani. Luigi Pirandello, infatti, nasce nel 1867 a Girgenti, l’attuale Agrigento, in un podere di campagna chiamato Càvusu, acciaccatura dialettale del greco antico Kaos. Salvo Cuccia, con un repertorio inedito di immagini pressoché arcaiche, risale indietro nelle generazione a quel Caos chiamato a Racalmuto Naduri. È questo un termine di origine araba sinonimo di zona zotica, ossia di ignoranza e dabbenaggine irredimibili, da tenere ben confinata, separata dalla civiltà racalmutese. Il nonno di suo nonno proveniva dal Naduri. Le generazioni della sua famiglia – afferma lo scrittore – hanno avuto dopo la fortuna di voltare la carta giusta. Quell’avo, infatti, dal vangare le zolle brute passa a conciare e commerciare le pelli, fino al nonno, al padre di Leonardo contabili nelle zolfare e poi lui scrittore. Ma resta sempre vivo in lui il nodo di paura, l’incubo del ritorno nella zona reietta del Naduri, della miseria, della sofferenza, del rancore, soprattutto per i suoi figli e discendenti. Perché – afferma – finché ci sarà l’ingiustizia sempre per tutti nel mondo un simile esito non può essere mai scongiurato per nessuno.
I vecchi filmati delle zolfare di allora, a cinquecento metri sotto il livello del suolo, ci danno una vivida immagine d’epidermide fradicia di sudore e di pericolo di morte di quell’ingiustizia. Suo nonno paterno Leonardo, comincia come caruso, scavatore sotto le zolfare; poi impara a scrivere e far di conto, e passa in ufficio. Questi manda il figlio Pasquale a scuola e lo fa diventare contabile nell’amministrazione aziendale. Pasquale si porta dietro il proprio figlio Giuseppe, per fargli imparare e poi ereditare il suo mestiere. Ma nel 1948, a soli 25 anni, Giuseppe, fratello minore di soli due anni di Leonardo, si spara inspiegabilmente un colpo alla testa. L’originario nodo di paura, per via inconscia, lo aveva colpito. Tutta l’epopea delle zolfare è riversato dallo scrittore nel suo libro del 1956 Le parrocchie di Regalpetra.
Nasce da queste vicende racalmutesi e dai successivi studi compiuti nella città di Caltanisetta la dominante elezione letteraria di Sciascia per il tema della giustizia. Tratto forse trasmessogli anche dal padre, il quale ne era talmente animato che in uno stato prossimo alla demenza senile spara, non colpendolo, contro un avvocato accusato di tradire la deontologia professionale. Matteo Collura, giornalista e scrittore anche lui agrigentino, principale voce e volto testimoniale del film, racconta di questo florido periodo nisseno di Sciascia. L’incontro con la sfera politica della giustizia sociale è cruciale per Leonardo. Anche se lui non aderirà mai al Partito Comunista Italiano, più tardi, nel 1975, a Palermo si candida nelle sue liste, risultando eletto, con grande messe di voti, come Consigliere Regionale. Carica dalla quale successivamente si dimette in contrasto con la linea del Compromesso storico, e per altre divergenze.
Tanto che Marco Pannella nel film dice che lo scrittore ormai turbava i sonni sia dei partiti di Governo, sia dell’opposizione comunista. È noto che nel 1979 Sciascia viene eletto deputato al Parlamento italiano nelle liste del Partito Radicale, il quale ha messo al centro della sua battaglia politica pone proprio i problemi della giustizia, o meglio della malagiustizia. La scarcerazione di Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua, arrestato nel 1988 quale mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi nel 1972 a Milano, costituisce una di queste battaglie radicali per la Giustizia giusta, abbracciata anche da Leonardo Sciascia. E Sofri lo testimonia nel film di Cuccia, rilevando anche come proprio nelle opere letterarie di Sciascia quelle riguardanti la giustizia prevalessero statisticamente.
Altro testimonianza di rilievo nel documentario è quella di Giancarlo Caselli Procuratore della Repubblica a Palermo dal 1993 al 1999, nel periodo immediatamente successivo alle grandi stragi di mafia. La lettura attenta dei romanzi di Sciascia, afferma il giudice, gli ha insegnato a tenere sempre aperta ogni indagine alle diverse possibilità che si profilano, pure alle meno appariscenti. Caselli affronta anche il nodo di quella squassante polemica che va in quegli anni sotto il nome di professionisti dell’antimafia. È una frase attribuita a Sciascia, con la quale lo scrittore accusa di maniacale giustizialismo certi ambienti del giornalismo dell’opinione pubblica e dell’apparato giudiziario siciliano. In un colloquio di qualche tempo dopo, Paolo Borsellino ricorda a Caselli che quella frase non era stata coniata propriamente da Sciascia, ma da un giornalista, e che da essa ormai lo scrittore aveva preso le distanze. Elviria Sellerio, titolare della storica casa editrice di Sciascia, altra testimone fondamentale del documentario, afferma che il senso di giustizia dello scrittore, proprio perché autentico, arrivava fino all’inevitabile punto, se riconosceva di avere sbagliato, di criticare ed emendare senza mezzi termini anche sé stesso.
L’attualità, l’importanza di riscoprire il film di Salvo Cuccia – e per questo ne scriviamo così diffusamente – risiede proprio nella necessità di giustizia sempre più drammatica che ha il nostro presente. Sciascia applica anche al suo stato d’animo più intimo la bilancia della giustizia. La passione per libertà, ragione e giustizia, che non possono essere mai separate, a cui credeva appassionatamente, sono temperate dallo scetticismo indotto dalle tante delusioni avute dalla realtà siciliana. Eppure è proprio tale atteggiamento temprato, antiretorico, avverso tanto al fanatismo, quanto al fatalismo a farci sentire in modo ancora più struggente la mancanza di giustizia. Per questo ce ne ricorderemo di tale sua lezione e della testimonianza che ce ne dà con la frase ironica che spalanca la pietra cimiteriale su cui incisa e che è non solo il titolo, il ritmo narrativo, il respiro di questo film che è già in sé un esercizio attivo di giustizia.
Riccardo Tavani
Produzione: Palomar, Regione Sicilia, Università Palermo. Durata: 54 minuti.

