Paolo Sabatino, La valigia. Una commedia a episodi

Siamo a Fiano Romano, un paese che sembra uno di quei posti tranquilli che scorrono ai margini della grande città, stretto tra la campagna e l’autostrada, a pochi chilometri da Roma. Il suo borgo antico è arroccato attorno al suo castello, dove le pietre raccontano secoli di storia e le strade conservano ancora il ritmo lento della provincia.

Ecco, il castello. Dietro alla sua apparente normalità nasconde storie, incontri, segreti che il tempo ha lasciato sedimentare. E proprio in questo castello che il 10 giugno scorso in una delle sue sale, l’associazione culturale Stampa Critica, l’associazione culturale Vagamondo con il patrocinio del Comune di Fiano Romano nell’ambito dell’estate fianese, è stata rappresenta “La valigia” una commedia in tre episodi di Paolo Sabatino, la cui regia ha magistralmente plasmato, armonizzato, guidato, gli attori (tra cui lui stesso). Una compagnia teatrale composta da: Barbara Antinori, Simona Baldanza, Stefania Brunetti, Antonietta Cacioni, Claudio Caldareli, Paola Di Giammatteo, Elisabetta Imperatori, Paolo Sabatino e Solidea Scarafoni.

Siamo lì, seduti in una sala trasformata in teatro. Inizia lo spettacolo, ma quello che si vede non è solo una finzione scenica. È qualcosa di più sottile. Di più inquietante, se vogliamo. Perché sotto la superficie della risata, sotto la patina rassicurante della “commedia”, si nasconde un meccanismo strano. Un meccanismo che scava dentro le nostre debolezze, le nostre ipocrisie.

Paolo Sabatino scrive una commedia a episodi, e già dal titolo ci sbatte in faccia un oggetto banale, quotidiano, eppure carico di mistero: la valigia.  Che cos’è una valigia? Un contenitore di vestiti? O forse un contenitore di segreti, di fughe, di vite sospese? Una valigia che compare, scompare, si sposta di sedia in sedia, attraversa i tempi e i dialetti.

Ecco, entriamo nei dettagli di questa commedia. Analizziamo episodio per episodio, per scovare quel dettaglio, quella “morale” che l’autore ha nascosto tra le righe.

Episodio I – La valigia

La storia: Cinque del mattino.  Una casa qualunque. Monica irrompe nell’appartamento della sorella Maria trascinando una grossa valigia. È scappata di casa, ha litigato con il marito Luca, urla che la sua vita è finita. Poi entra la madre, Giulia, e la conversazione diventa un labirinto di equivoci: gravidanze inventate, partite della Roma che non vince mai, badanti inesistenti.  Si ride, certo. Ma a un certo punto, la madre vede la valigia e dice: “È rientrato vostro padre… l’ha lasciata sulla porta”.  E qui scatta il freddo. Perché il padre è morto da tempo. Giulia sta scivolando nell’abisso dell’Alzheimer, e quella valigia non è un bagaglio di vestiti: è il detonatore di una realtà dolorosa che le sorelle cercavano di ignorare.

La Morale: L’illusione della fuga e la cecità del quotidiano. Spesso siamo così concentrati sui nostri piccoli, rumorosi drammi personali, un matrimonio in crisi, un bisticcio egoistico, da non accorgerci del silenzio devastante che sta consumando chi ci sta accanto. Crediamo di viaggiare o scappare con le nostre valigie piene di niente, mentre il tempo distrugge i ricordi di chi amiamo.

Episodio II – Comare Sisina

La storia: Cambiamo scenario, cambiamo lingua. Siamo in un cortile della periferia napoletana, dove le voci si rincorrono come canzoni. C’è Nanninella che scopa il pavimento, c’è Marietta, e poi arriva lei: Sisina, detta anche la “mancipata”, con un’altra valigia in mano. Sisina è quella che parla bene, che ostenta cultura, che giudica l’ignoranza degli altri e si professa donna morigerata.  Ma il cortile ha una memoria di ferro. Arriva Antonietta – fresca di quattro mesi di galera per un errore giudiziario e il velo si squarcia. Quella Sisina così fiera, così “istruita”, non è altro che la donna che in passato apriva la porta ai mariti di tutte le comari del quartiere. La sua valigia non è un viaggio di cultura, è il simbolo di un’ipocrisia nomade.

La Morale: La maschera del perbenismo contro la verità del cortile. Non basta ripulirsi la bocca con parole colte o sventolare una finta superiorità intellettuale per nascondere le proprie miserie materiali e morali. Il passato, in un modo o nell’altro, viaggia sempre insieme a noi, chiuso dentro lo stesso identico bagaglio da cui cerchiamo di scappare.

Episodio III – La signora Ilaria

La storia: Cambiamo di nuovo atmosfera. Entriamo in una stanza d’ospedale, o meglio, in una di quelle residenze assistite di lusso che somigliano a prigioni con le tende colorate. C’è la signora Ilaria, un’anziana donna dall’eleganza aristocratica e tagliente. E dietro di lei, immobile su una sedia, l’ombra immancabile di questo testo: una valigia chiusa. Un’infermiera e la figlia Mara cercano in tutti i modi di svuotarla, di metterla nell’armadio di truciolato per portare “ordine”. Ma Ilaria si oppone con una ferocia disperata. Ne nasce un duello psicologico spietato fatto di vecchi rancori, tradimenti reciproci e segreti di famiglia legati a un misterioso amante del passato, Lorenzo. Poi, lentamente, la maschera della “regina del salotto” si sgretola. Il medico Arduini rivela la verità: la notte prima Ilaria vagava nel corridoio cercando la hall dell’Hotel Paris di Venezia. Negli ultimi respiri della scena, rimasta sola, Ilaria parla alla valigia, si confonde tra le cameriere e la prigione, finché non si rannicchia sulla sedia, persa per sempre nel labirinto della sua mente.

La Morale: La valigia come ultimo baluardo della dignità contro il destino. Quando il tempo inizia a cancellare i contorni della realtà e le persone attorno a noi cercano di catalogarci e chiuderci in un armadio, aggrapparsi a un oggetto provvisorio diventa l’unico modo per gridare che siamo ancora vivi. Quella valigia non contiene vestiti, contiene la libertà di scegliere di essere “in transito” e non intrappolati nel proprio declino. Finché il bagaglio resta chiuso, i ricordi, per quanto dolorosi e confusi, appartengono ancora a noi, e non al vuoto che avanza.

Paolo Sabatino come un bravissimo sarto, imbastisce, cuce, e rifinisce la struttura narrativa che sembra apparentemente leggera, che gioca con i registri della commedia all’italiana, dal dialetto partenopeo alle nevrosi borghesi. Ma se la osserviamo bene, facendo attenzione ai dettagli, ci accorgiamo che La valigia non è affatto una commedia leggera. È un’indagine. Un’indagine dura e suggestiva sulla memoria e sulla solitudine. I personaggi girano attorno alla valigia. C’è chi la usa per scappare da un amore finito, chi per nascondere i propri peccati, e chi, alla fine della vita, la stringe a sé perché è l’unico posto rimasto dove le cose non svaniscono, dove i vestiti verdi stanno ancora bene e i treni portano da qualche parte.

Una commedia che fa ridere, sì, ma che ci lascia addosso un brivido sottile. Come quando si scopre che il colpevole, in fondo, siamo noi, seduti in platea a guardare lo specchio dei nostri stessi smarrimenti.

Paolo Sabatino ci firma un ottimo lavoro. Ma noi… siamo sicuri di aver messo a posto la nostra, di valigia?

Nel dubbio, aspettiamo il bis.

Claudio Caldarelli e Eligio Scatolini

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