Lo strano caso di due film opposti ma identici nello schema narrativo
Parliamo di Good Boy, Polonia 2025, di Jan Komasa, , e di Miroirs N. 3 – Il mistero di Laura, Germania 2025, di Christian Petzold. In entrambi il film il/la protagonista per accadimenti che li travalicano 1) si ritrovano per un periodo a vivere con una famiglia in una casa che non è la loro, distante non solo spazialmente dalla loro; 2) in una delle stanze di entrambe le case ha vissuto una persona che ora si sa dove sia, ma dietro la quale s’intuisce ci sia un mistero; 3) i due diversi protagonisti, per ragioni sì diverse, ma non riescono ad andarsene; 4) poi entrambi se ve vanno; 5) ma per libera scelta tornano con grande felicità finale delle due famiglie. Dunque una struttura narrativa interna perfettamente identica, ma due rivestimenti esterni diametralmente opposti: uno con collari, catene e lucchetti; l’altro con leggiadre staccionate bianche, strade sterrate di campagna, profumo di gelsomini e di poesia esistenziale. Non solo, però, i rivestimento esteriori e il genere dei due film sono diversi, ma anche e soprattutto il significato interiore.
Vediamo Good Boy. È la storia di Tommy, un ragazzo che esce una sera con la sua compagna e la sua compagnia di bulli di periferia, facendosi di alcol e di roba d’ogni tipo. S’azzuffa, piscia in strada davanti a tutti e altre amenità notturne. Mentre torna a casa strafatto come una pigna affogata nel crack, tanto che è sempre sull’orlo di stramazzare sghembo al suolo, i fari di un’auto si fermano davanti a lui. Si ritrova con un collare, ben inchiavardato al collo attaccato a una lunga catena che finisce su una bestia d’anello al muro. Puoi tirare quanto ti pare, è a prova di sega elettrica ed esplosivo al napalm. Tenta di farlo più volte, urlando, insultando, minacciando la famiglia che lo sta ospitando, ma riceve dal padrone di casa solo un fracco di ben assestate sprangate, al grido di Bad!, Bad! Bad boy!, invece che Good, quasi a sculacciarlo, ma col ferro invece che con le mani. Non possiamo fare spoiler, ma poi lo trasferiscono in un’altra stanza, con la catena un po’ più allungata, perché si stava mostrando Good. Qui scopre che in quella stanza inequivocabilmente viveva un’altra persona. Chi era? Che cos’era per quella famiglia? Perché non c’è più? Di più non vogliamo e non possiamo dire, se non – dopo una intricata, imperdibile trama, che allo schermo ti avvinghia, proprio come quella catena al muro, e almost, ma non del tutto horror, claustrofobica – vedi 4 e 5. Al massimo si può aggiungere che fin dall’inizio nella casa viene assunta Rina, una cameriera macedone, che pure un certo ruolo cruciale lo gioca. Il film è stato girato in parte nelle campagne inglesi dello Yorkshire dov’è la villa isolata della famiglia ospitante; in parte – tutta quella per interni dell’incatenamento – a Varsavia nel mitico studio 15, prima segregazione di gruppo giovanile per primo Grande Fratello Polonia.
Ora vediamo Miroirs N. 3 – Il mistero di Laura, Germania 2015, di Christian Petzold. Il titolo si riferisce al brano del terzo movimento, dal titolo Une barque sur l’océan, della suite per pianoforte Miroirs, Specchi di Maurice Ravel. Un pianoforte, in effetti, c’è nella casa dove finisce Laura, studentessa dello strumento, giocando un ruolo determinante, proprio suonando quel pezzo di Ravel. Laura finisce là, perché proprio a ridosso di quella casa ha avuto uno spaventoso incidente stradale. Anche qui, come in Good Boy, dunque un accadimento decisamente fuori le righe del tran tran quotidiano. Praticamente illesa, ma ancora scioccata, confusa, stordita, chiede alla padrona di casa se può restarsene per un po’ di tempo sua ospite. La signora, Betty, sembrava non aspettare altro che questa ragazza le capitasse in casa. Siamo anche qui in gentili campagne, ma tedesche, dello Uckermark. Betty vive separata dal marito e dal figlio, ma questi hanno un’officina per auto non distante da casa sua, e spesso sono da lei, anche per farle amorevoli riparazioni e manutenzioni d’ogni tipo. Con l’arrivo di Laura, la famiglia sembra ricomporsi. Anche Laura alloggia in una stanza, dove capisce che viveva una persona, della quale nessuno della famiglia fa però mai cenno. E proprio l’improvviso disvelamento del mistero, quasi come un’inaspettata sprangata in pieno viso, porta Laura alla stessa struttura interna dei punti 4, ossia a fuggire, e poi 5, tornare. Complice il pezzo al pianoforte di Ravel.
Conclusioni. Troppo difficile, e neanche interessa stabilire chi eventualmente ha copiato o si è ispirato a chi. Ancora più proibitivo, però, pensare che la cosa girava nell’aria, indipendentemente dagli autori, i quali l’hanno captata e realizzata ognuno a modo loro. Troppo singolarmente identica la struttura narrativa dei due film. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che sia stata elaborata dalla Intelligenza Artificiale, come una matrice, un format che può essere modellato in maniere e con significati multiformi. Anche se Good Boy, in quanto thriller, è più avvincente, d’impatto, ci sentiamo di condividere poco o niente il suo nocciolo di senso finale. Abbiamo avuto troppi esempi reali di cura peggiore del male che doveva curare. In Italia, poi, lo abbiamo visto in modo eclatante, lacerante, anche con lunghi strascichi mediatici e giudiziari. In Miroirs N. 3, invece entra in gioco una sfera più esistenziale, narrata in una modalità scarna, antiretorica e anti spettacolare. Quasi alla Kaurismaki, perché tale nobile impronta hanno soprattutto il padre e il figlio, della famiglia ospitante. Dunque c’è un’aura poetica, autentica proprio nella ruvidezza dell’ambientazione naturale e dei personaggi.
Considerazione postrema. Quanto sopra scritto sull’identità strutturale-narrativa di questi due film sembra che nessun altro critico cinematografico o cinephile l’abbia notato, osservato. Non possono che darsi solo due casi. O chi qui scrive e firma ha le traveggole, o sono ciechi gli altri.
di Riccardo Tavani

