Il Quarticciolo: cronaca di un borgo ai margini

C’è un quartiere, a Roma Est, che quando lo attraversi di notte ti sembra di sentire ancora i passi di chi, ottant’anni fa, correva per non farsi prendere. Si chiama Quarticciolo, e da queste parti, tra palazzi bassi, cortili polverosi e strade che s’incrociano come in un labirinto, la storia è rimasta incastrata nei muri, nei portoni usurati, nelle voci che si sentono dietro le finestre.

Il Quarticciolo nasce negli anni Trenta, borgata ufficiale voluta dal regime fascista per dare un tetto a chi un tetto non ce l’aveva più, sfrattato dal centro per far spazio alla Roma monumentale. Il Quarticciolo prende il suo nome dal fatto che si trova a quattro miglia di distanza da Porta Maggiore lungo la via Prenestina. Quarto miglio, la distanza, la cui corruzione romana porta a Quarticciolo. Qui arrivarono famiglie intere, sfrattate dai vecchi rioni demoliti: Trastevere, Borgo, Testaccio. Gente dura, abituata a stringere i denti.

Poi venne la guerra, e qui, tra un portone e l’altro, si cominciò a resistere. Il Quarticciolo fu un rifugio di partigiani, staffette, antifascisti. Si racconta, e non è leggenda, di ragazzini che lanciavano bombe carta contro le camionette tedesche, di madri che nascondevano armi sotto la culla, di vecchi che facevano da palo battendo col bastone sul selciato quando vedevano spuntare le camicie nere. Poi c’è lui, Giuseppe Albano. È basso, malaticcio, con una gobba che si nota da lontano. Uno che sembra fragile, ma non lo è. Per niente. A Roma lo conoscono come “er Gobbo der Quarticciolo”. Un tipo che si muove nell’ombra, che conosce bene le strade, le fughe, le pistole. E fa paura, tanta paura. Soprattutto ai tedeschi. Spara, colpisce, scappa. Non riescono mai a prenderlo. Non sanno chi sia, ma sanno che esiste. E fa danni. Così, nell’aprile del ’44, il comando tedesco — esasperato — decide una cosa che ha dell’assurdo: ordina l’arresto di tutti i gobbi di Roma. Tutti, per prenderne uno solo.

Un quartiere intero, clandestino. E se ascolti bene, quando passi accanto alla vecchia fontana di Piazza del Quarticciolo, ti sembra ancora di sentire quelle storie mormorate da qualche anziano seduto sulla panchina.

Finita la guerra, il sogno di ricostruzione passò anche di qui, ma non fu mai pieno. Qualche palazzo nuovo, un teatro popolare, le scuole, i negozi. Ma intorno rimase quell’aria di borgo isolato. Troppo lontano dal centro per essere Roma, troppo vicino per essere provincia. E intanto il tempo cambiava, ma la periferia restava ferma.

Oggi, se ci passi, il Quarticciolo è ancora un pezzo di resistenza, ma resistenza al tempo, alla povertà, all’abbandono. Qui il disagio sociale non è cronaca nera da una riga in un giornale: è ragazzi che non trovano lavoro, spaccio sotto le palazzine, risse nei bar di notte, ma anche anziani che ancora si siedono sui marciapiedi a raccontarsi storie di quando le bombe cadevano e si dormiva nei rifugi.

Il Quarticciolo è un quartiere vivo, ma è un quartiere ferito. E se fosse un romanzo, sarebbe uno di quelli che non sai mai se finisce bene o male. Una storia che continua, tra murales che parlano di libertà, occupazioni abusive, poliziotti in borghese, ragazzini che sognano di scappare, madri che li riportano a casa.

Il Quarticciolo è così, è un pezzo di Roma che resiste a farsi dimenticare, e che non si lascia cancellare. Sta lì, incastrato tra palazzoni e silenzi, e resiste. Un pezzo di Roma che non si piega. Che non si arrende. E se ti fermi un attimo, se hai orecchio, lo senti. Dietro a ogni portone, dietro a ogni muro scrostato. Un colpo di tosse. Un passo furtivo. Un bisbiglio. Sono le voci di chi non ha mai smesso di lottare.

Neanche adesso. Neanche con l’asfalto spaccato, le case che cadono a pezzi, i sogni mezzi sepolti. Perché qualcuno, qui, combatte ancora. Non con le armi. Con le idee. Con i fatti. Perché il Quarticciolo non vuole essere il problema, vuole essere la risposta.

Eligio Scatolini

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