Dazi, autofagia dell’Impero
Di fronte a un accadimento storico – grande o infimo che sia – dobbiamo sempre chiederci se è esso si è verificato necessariamente, ossia se fosse davvero evitabile, o non potesse, al contrario, in nessun modo non accadere. Questo stante lo sfondo generale dal quale un evento emerge, e al di là delle intenzioni, della volontà e conseguenti azioni dei suoi protagonisti. A noi sembra proprio questo il caso dei dazi imposti dagli Usa, sì al mondo intero, ma soprattutto ai propri alleati storici: Europa, Canada, Messico, Giappone, Corea del Sud. Perché centrale è qui proprio l’aspetto, non tecnicamente economico, ma principalmente politico. Ossia è dall’accordo squisitamente, anche se follemente politico, che discendono poi un costo esorbitante, con dannose conseguenze economiche per l’intero Occidente – Usa inclusi.
Considerato l’aumento medio al 15% dei dazi imposti all’Europa, ammonta a circa 3.400 miliardi di dollari la perdita stimata sul commercio internazionale e, dunque, sul PIL mondiale. Di questa perdita, la quota maggiore, ossia1400 miliardi di dollari colpirà proprio gli Usa; 300 l’Unione Europea, e il resto gli altri Paesi sottoposti ai dazi trumpiani. C’è anche da rilevare che solo il 12-13% delle esportazioni dell’Occidente sono al di fuori della propria area economica. In altre parole, la nazioni occidentali esportano e importano per circa il 90% tra di loro. Stime di fonte non certo progressista, ma decisamente liberale, quale è il Centro Studi Economia Reale, presieduto dal Prof. Mario Baldassari.
Ergo, i dazi sono inevitabilmente destinati a colpire soprattutto gli scambi interni all’area economica occidentale. È come se gli Usa si fossero auto divelti, staccati dall’entità geo-storico-politica Occidente, da essi stessi fondamentalmente costituita, e avessero cominciato a prendere a morsi, dilaniare, divorare la parte violentemente disgiunta. L’Impero mangia sé stesso. Il nocciolo divora la polpa che intimamente l’avvolge, perché non gli è rimasto esternamente altro da addentare in maniera abbondante e soddisfacente per ripianare i propri deficit interni, non solo economici. La multipolarità del mondo attuale, con al centro il turbo dragone e gigante cinese, rende sempre più difficile al centro ricco dell’Impero la sottrazione o vera e propria razzia di risorse e materie prime dalle estreme periferie povere del pianeta. Non resta che l’autofagia, l’organismo globale imperiale che mangia dall’interno sé stesso. La parte più potentemente, prepotentemente affamata e armata azzanna quella più debole, divisa.
Lo dimostrano le stesse figure protagoniste dell’accordo. Da una parte Donald Trump, un presidente eletto da una maggioranza popolare di cittadini sovranisti, suprematisti, razzisti, nostalgici del loro precedente status economico, derivante dal vecchio e pressoché incontrastato dominio e saccheggio sul pianeta, anche a mezzo pressioni e interventi militari, fino a veri e propri colpi di stato. Dall’altra Ursula von der Leyen, una funzionaria, per quanto di grado massimamente apicale, ma pur sempre una delegata. Delegata di ventisette governi insanabilmente tra essi, non solo divisi, ma spesso addirittura contrapposti. E questa – lo abbiamo qui scritto tante volte – è una frantumazione dell’Europa ab origine. Risale, infatti, alla sua originaria ripartizione, specializzazione, fino alla sub specializzazione dei saperi, che conduce inevitabilmente a visioni, interpretazioni, pretese di verità, non solo diverse ma anche inconciliabili tra esse. Per questo nel pensiero di Aristotele, che pur è stato uno dei maggiori fautori della divisione dei saperi, la politica doveva essere l’attività umana più architettonica, ossia in grado di unificare dentro un disegno unico tutte le sparse membra. Oggi, però, la politica è eclissata proprio quella super specializzazione dei saperi che conduce al dominio della tecno-scienza, di cui gli Usa sono indubbiamente ancora al vertice planetario. Ancora: ma fino a quando?
Solo il dominio imperiale, dunque, può continuare a unificare l’Occidente. Ed è questo il costo vertiginoso al quale la delegata europea von der Leyen si è – consciamente o inconsciamente – assoggetta. Poteva fare diversamente? Certamente, a ulteriormente dividersi anche nell’analisi dei singoli aspetti tecnico-economici, si troveranno mille e una alternativa. Ma se il bene primario, e dunque l’istinto, il principale riflesso necessitante, per quanto disperatamente folle, resta quello della sopravvivenza dell’Impero, costi quel che costi, non ce ne sono poi così tante.
E per non essere soltanto pessimisti e negativi si può concludere facendo riferimento a una particolare accezione del termine autofagia. Essa è una parola entrata sempre più nel gergo dei medici nutrizionisti, riguardante periodi di digiuno alimentare, non solo prolungato ma anche intermittente, nei quali l’organismo, non avendo altro di cui nutrirsi, è costretto a consumare quelle sostanze che accumulandosi danno luogo an formazione eccesiva di grasso, infiammazioni varie e altri disturbi della salute umana. Non ci resta allora altro da sperare che l’autofagia dell’Impero possa condure a un dimagrimento soprattutto della sua super obesa follia di dominio.
Riccardo Tavani

