I più oscuri atti umani e la più luminosa arte letteraria
Han Kang, Premio Nobel della Letteratura 2024, è nata nel novembre del 1970 a Gwangju, la sesta città più grande della Corea del Sud. Quando non aveva ancora dieci anni è stato qui perpetrato uno dei più rivoltanti eccidi di potere: il Massaro di Gwangju. Sono le dieci del mattino del 18 maggio 1980, quando l’esercito entra nella città e in dieci giorni massacra orrendamente migliaia di studenti giovani e anche adolescenti che si erano ribellati alla dittatura militare imposta da Chun Doo-hwan con il colpo di stato del 12 dicembre 1979. Altro che il golpe in Argentina e la macabra notte delle matite spezzate, con l’arresto di migliaia di ragazzə poi desaparecidos! A Gwangju si è trattato di un’immane, infernale macelleria a cielo aperto con lo squartamento, sbudellamento, decapitazione anche di giovani innocenti del tutto estranei alla rivolta e di cadaveri già crivellati a colpi di mitragliatrice e fucili. Han Kang lo racconta con dettagliato strazio poetico-esistenziale nel suo romanzo del 2014 Il ragazzo sta arrivando, tradotto in italiano nel 2017 per Gli Adelphi, con il titolo molto diverso, ma forse addirittura più appropriato di Atti Umani.
Il primo libro edito in Italia nel 2016, sempre da Adelphi, è però La vegetariana, uscito in Corea del Sud nel 2007. Una storia all’inizio sensualmente conturbante, ma poi sempre più crudamente perturbante. Il titolo è riferito alla decisione della protagonista di non nutrirsi più in alcun modo di carne. Scelta improvvisa, immotivata, incompresa, non solo dalla famiglia e socialmente, ma anche dal lettore. In realtà solo facendo riferimento a quell’originario mattatoio umano del maggio 1980 traumatico per la coscienza della scrittrice e per l’inconscio collettivo di un popolo, essa appare del tutto chiara, anzi accecante. La capacità di scrittura e l’elevatezza stilistica scarna, al limite della scabrezza, di Han Kang, più che un dono di valore aureo della natura, sembra di sublime derivazione divina. E questo proprio in virtù della asciuttezza, immediatezza e semplicità sbalorditiva della sua espressione artistica, attraverso la quale ci piomba nella profondità più nitidamente concreta e insieme di senso esistenziale del dramma.
Il Massacro di Gwangju, abbiamo detto segna ancora con vivezza la memoria nazionale, ma fino a quando l’oblio non prevarrà inesorabilmente? E fuori del Paese, poi, chi conosce davvero questa vicenda, e quanti storici internazionali ne hanno scritto e continuano a scriverne. Pensiamo realisticamente una sempre più esigua minoranza in dissolvenza. La scrittura di Han Kang è invece immemoriale, ossia senza confini verso il passato e il futuro. Mantiene, anzi erge la memoria della tragedia per opporre alla pretesa di invio nel nulla, di annichilimento a mezzo violenza da parte del potere di ogni sorgente e sempre risorgente coscienza. A tale buia illusione nichilista, Han Kang oppone la luce della certezza luminosa dell’essere, di ogni essere, cui ridà voce e luce, proprio q2uaqndo sembra essere sprofondato nella più inattingibile delle oscurità. Perché tanto tanto più brutalmente esse gli sono state tolte, tanto più compito dell’arte è restituircele, riscattarle nel loro più originario e intramontabile significato.
Riccardo Tavani

