Tangentopoli 2.0
Più di trent’anni sono passati dalla prima “tangentopoli”, il noto sistema di corruzione finalizzato al finanziamento illecito dei partiti. Il fenomeno, certamente diffuso in tutto il territorio nazionale, emerse a Milano, che divenne simbolo sia della corruzione della politica, sia della reazione della magistratura, con l’inchiesta giudiziaria nota come “mani pulite”.
Molte cose sono cambiate da allora, forse non in meglio; tuttavia ancora una volta è Milano a farci conoscere un fenomeno nuovo di collusione tra imprenditoria e politica. Una collusione opaca, dove è difficile individuare il confine tra reato e semplice malcostume o mala politica. Il corso della giustizia – sperando che sia efficace e trasparente – ci dirà se e dove è stata violata la legge; ma, al di là degli eventuali reati e delle procedure giudiziarie, questa tangentopoli 2.0 ci racconta di come si sono trasformate la politica, l’economia e le regole di civile convivenza che definiscono la nostra società. Il fenomeno, infatti, pur essendo emerso a Milano, riguarda ancora una volta l’intero Paese e l’intera classe politica, e rappresenta con chiarezza la preoccupante deriva verso cui stiamo da anni scivolando.
Vorrei, prima di tutto, evidenziare un paradosso, di cui poco sembrano occuparsi politica e mezzi di informazione. Dal momento che la popolazione non cresce, non dovrebbe esserci una gran richiesta di edilizia abitativa. Si sa, anzi, che una certa quota di appartamenti, variabile da città a città, è disabitata: abbiamo già, in sostanza, più case del necessario. Secondo le cosiddette leggi di mercato, i prezzi delle case dovrebbero addirittura scendere. Ma perché, invece, si continua a costruire così tanto, e perché i prezzi continuano a salire?
Uno dei motivi è che la grande finanza (banche, fondi d’investimento e di gestione del risparmio, società di assicurazione eccetera) è entrata nel business dell’edilizia. Questi nuovi attori hanno le loro regole: stabilito un budget, devono realizzare il guadagno previsto entro i tempi previsti. La forza economica messa in campo è così notevole da condizionare non solo il mercato, ma anche, si direbbe, gli organi di governo locale, da cui dipendono i piani regolatori e le autorizzazioni. È necessario, prima di tutto, avere tempi certi e contenuti; poi ridurre al minimo (possibilmente a zero) il rischio che un progetto edilizio venga bloccato; infine posizionare i prodotti sulle fasce più alte di mercato, il che li rende inaccessibili al ceto medio, oltre che alle fasce meno abbienti.
Ecco perché chiedono ai comuni la massima celerità nell’approvazione e il minimo onere di urbanizzazione (a costo di ridurre al minimo tali opere).
I pubblici amministratori tendono, a quanto pare, ad andare incontro a tali richieste. Qualche volta, forse, per un tornaconto personale: ed è quel che vuole accertare la magistratura. Ma anche per un ritorno politico: quelle opere, infatti, assicurano un aumento del PIL locale e dell’occupazione, o pretendono di riqualificare zone degradate, o comunque sono viste come un bene per la collettività.
Ma tutto ciò è possibile perché “la casa” è diventata un investimento economico, al pari di titoli e azioni, ma non è più una risposta ai bisogni abitativi della popolazione. Infatti non si riduce il numero di chi non ha casa, ma aumenta il numero di chi possiede più case. Inoltre, paradossalmente, più case si fanno, più costano; e si assiste al fenomeno dei cittadini e degli esercizi commerciali che si trasferiscono sempre più in periferia.
Tutto questo pone un problema politico, prima che giudiziario, dal momento che la politica sembra essere molto attenta alle esigenze della finanza, ma poco sensibile ai bisogni delle persone, piccoli imprenditori compresi. Se questo può essere fisiologico per i partiti conservatori, tradizionalmente orientati a difendere le ragioni dei più abbienti, diventa problematico per i partiti progressisti, che dovrebbero, invece, difendere gli interessi delle classi più deboli.
Ecco uno dei motivi per i quali la destra è vincente: la sinistra si è messa a fare politiche di destra, perdendo il consenso del suo elettorato, che in parte rilevante si rifugia nel non voto.
Infine, sembra proprio che la giunta comunale milanese abbia dimenticato il suo compito, che non è di favorire la speculazione edilizia, come se tirar su palazzi e rinnovare lo skyline cittadino equivalesse automaticamente al bene pubblico; o come se i dovuti controlli di compatibilità e sostenibilità fossero un’inutile pania burocratica. Al contrario, i comuni dovrebbero valutare compiutamente, in nome e per conto dei cittadini, se quei progetti servano al bene comune, si inseriscano in un sensato piano urbanistico e siano sostenibili dal punto di vista ambientale.
Oggi il caso del comune di Milano è particolarmente imbarazzante per la sinistra. Rischia di far perdere consensi non soltanto per quanto esposto sopra, ma anche per il sospetto di corruzione che si allunga sull’amministrazione di una città così importante. È poi emblematico che i partiti di destra non cerchino di affondare il colpo sui loro avversari politici in difficoltà, con la scusa del grantismo. Ma in realtà non vogliono criticare chi ha attuato politiche di destra, che privilegiano la grande finanza a scapito della comunità dei cittadini, la speculazione economica a scapito dell’ambiente.
In conclusione, la vicenda milanese dimostra come oggi sia la finanza a dominare l’economia e la politica; mentre quest’ultima sembra aver dimenticato il suo compito a difesa degli interessi dei normali cittadini.
Cesare Pirozzi

