Tanto ormai
“Metà della vita è passata: impossibile darsi alla fuga. Come guardiano dai mille occhi, ecco i lampioni, lampioni, lampioni.
Sono prigioniero.
Niente può riscattarmi! La terra maledetta mi tiene in ceppi. Basterebbe per bagnarvi tutti il mio amore, ma il suo oceano è circondato dalle case.
Grido….e strido!…fra lo sghignazzante Ah! Ah! Erro nel delirio della febbre. La palla del globo terrestre romba. Incatenata al mio piede”. Vladimir Majakovskij.
Al Roma Fringe Festival 2025 al teatro Vascello, (dove casualmente incontrò l’amico Kevin De Luca) il premio alla miglior regia a “Tanto ormai” di Adriano Gardumi, con l’ansiosa, tesa, ossessione, dei suoi bravissimi interpreti: Damiano Lepri, Luca Sessa e Jacopo Dragonetti, introducono il pubblico dentro una rappresentazione majakoskijana. Tutto accade senza accadere, all’interno di un quadro storto, oscillante, in cui le vicende prendono la forma dei rumori, delle bombe, dei colpi di mitra, del vociare volutamente confuso. Una regia in grado di trasformare tali rumorosi caos in elementi di angoscia e paura, dove la parola disegna lo stato d’animo di una intera umanità, indifferente agli accadimenti, ma coinvolta in prima persona da quanto accade. Tre attori dai toni surreali trasportano gli spettatori dentro un palcoscenico surreale che alterna momenti di tensione massima e momenti di inerzia e sconforto. Tutto accade. La paura di non essere se stessi, a tal punto da divenire strumenti di una pazzia collettiva, che nulla lascia alla possibilità di redimersi prendendo il fucile. Non è una diserzione, ma una condanna netta della guerra. Non è lo sconforto della vigliaccheria, ma la fermezza caotica di una generazione che non comprende gli avvenimenti cercando una soluzione che non dipende dal loro agire.
Adriano Gardumi, il regista, riesce in pieno nell’intento di trasformare le tensioni più interiori degli attori, Jacopo Dragonetti, Luca Sessa e Damiano Lepri, nel respiro del pubblico, imprigionato dentro le loro stesse ossessioni, angoscia e ansie, che non capisce da che parte stare. “Stiamo bene perché siamo vivi…” ma intanto a Gaza c’è un genocidio. I bambini muoiono di fame. Un intero popolo non più niente. Neanche l’acqua. Il gracidare della radio, tra le esplosioni delle bombe, ci riporta ad una realtà più reale della quotidianità stessa. L’annientamento in atto sul palcoscenico è lo stesso annientamento di un popolo. Prigionieri in una prigione a cielo, resa tangibile da uno spettacolo che ti lacera le carni, ti svuota delle interiora, mentre le bombe ti esplodono sulla testa. Il tempo corre uguale, come i bambini che muoiono giorno dopo giorno, legati alla morte del tempo che non è più tempo ma barbarie. Il tempo fermo della guerra. La radio aggiorna il genocidio, nello stesso tempo della sessualità mancata, della masturbazione come elemento di liberazione, dentro un dipinto di resistenza passiva. Una grande prova di professionalità registica e interpretativa che richiama la platea a riflettere e agire perché la guerra uccide. Uccide anche il nostro essere qui e in nessun altra parte.
Claudio Caldarelli

