“6.06” FILM DI TEKLA TAIDELLI
QUANDO LA VITA SI TRASFORMA IN UN LOOP SENZA VIA D’USCITA
Intervistando Tekla Taidelli, sceneggiatrice e regista di “6.06” , mi sono resa conto di quanto possa essere difficile, ma allo stesso tempo inevitabile, riuscire a raccontare parti dolorose della propria vita attraverso l’arte. Ripercorrendo un passato fatto di lutti, di traumi e di difficoltà, senza mai cadere nello scontato, nel già visto o magari banalizzando una storia di vita abbastanza comune quanto drammatica (come quella di chi è legato alla tossicodipendenza) lei è invece riuscita a raccontare la sua storia facendone dei film che sono dei piccoli capolavori. Mi riferisco alla sua opera prima “Fuori vena” del 2005 e a questa opera seconda “6.06” girato a distanza di venti anni. Entrambi i film raccontano storie di vita vissuta in prima persona, storie finite drammaticamente come, ad esempio, quella del suo primo film ispirato al suo ragazzo morto di overdose e quella di quest’ultimo film ispirato a suo padre suicida quando lei era una ragazza diciottenne. Tekla usa ripetere che il suo è stato un passato che le ha insegnato “l’arte del resistere”: dalla vita di strada vissuta quando era una punkabestia, alla vita nella comune nella cascina occupata, dall’esperienza della droga a quella dell’impegno nello studio alla Scuola di Cinema Luchino Visconti, grazie alla quale ha potuto intravedere una sorta di rinascita proprio attraverso il cinema. Alti e bassi che le hanno insegnato a cadere e a rialzarsi sempre più forte e determinata, costruendo solide fondamenta dalle sue convinzioni e soprattutto dall’idea di nascere di nuovo (infinite volte) attraverso l’arte cinematografica. “6.06” è un film pluripremiato che rimane impresso e vince a mani basse: (Venezia 82 Premio SIAE al Talento Creativo); (Premio miglior film all’Ortigia Film Festival XVII) e sempre all’OFF XVII vince anche il Premio Stefano Amadio “FILM VERAMENTE INDIPENDENTE” proprio per questa qualità innata di rimanere salda e determinata nel perseguire il suo scopo anche senza aiuti e grandi case di produzione alle spalle. Fonda la Scuola di Street Cinema a Milano dove insegna e soprattutto si impegna a “dare voce agli invisibili” lavorando con homeless, artisti di strada, pescatori e ospiti di San Patrignano.
In “6.06” la Taidelli racconta la storia di Leo, Davide Valle (vincitore del Premio Miglior Attore OFF XVII) un ragazzo intrappolato in una sorta di vita ripetitiva e senza speranza in cui si ripete una sveglia che suona ogni giorno alle 6.06, soltanto che, sfortunatamente, ogni giorno è sempre lo stesso lunedì che si ripete all’infinito come in un loop senza via d’uscita. Lavora come lavapiatti nell’attesa di potersi comprare, a fine giornata, la tanto desiderata dose di coca per svoltare la serata. Leo vive una vita in bianco e nero dalla quale vorrebbe uscire ma non ci riesce, succube di un meccanismo perverso che gli impedisce di vivere una vita vera, gioiosa, luminosa e libera. Purtroppo, questa libertà non è facile da raggiungere e nemmeno da assaporare una volta raggiunta, perché un meccanismo inesorabile lo tiene legato ad un filo invisibile che ne impedisce la completa libertà. Anche quando incontra JoJo (George Li Tourniaire, la controversa Lorenza di Mare Fuori 5) una ragazza sorridente, di poche parole, con un furgone ed un’urna cineraria, che vede in lui suo padre che non è riuscita a salvare dal suicidio, rimane inebetito e privo di entusiasmo. Jo Jo lo “adotta” e se lo porta fino in Portogallo a disperdere le ceneri della sua amata zia Tati e a tentare di costruire insieme un futuro diverso. Il film con Jo-Jo comincia a prendere colore ed uscire dal bianco e nero, così come la vita di Leo, il quale capisce che anche attraverso le sue debolezze può intraprendere un cammino di rinascita. Mentre Leo è la parte scura di Tekla, JoJo è la parte a colori, ma entrambi sono facce della stessa medaglia e rappresentazioni della sua vita che, come quella di tutti noi, è fatta di luci e di ombre.
Silvia Amadio

