Legge costituzionale o prove di dittatura?

Il governo ha strappato al Parlamento la cosiddetta riforma della giustizia. Il percorso parlamentare è trascorso nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica. Mi sarei aspettato manifestazioni di piazza, o almeno convegni e incontri di grande visibilità. Invece no, il mondo politico e l’informazione non hanno dato il risalto dovuto a questa disastrosa legge costituzionale, una delle tre riforme volute dalla maggioranza di governo con l’evidente intento di scardinare la Costituzione e imbastardire la vita pubblica in Italia. La pseudo riforma della giustizia è un provvedimento che dovrebbe suscitare indignazione, proteste vigorose, non tanto da parte della magistratura, che pure ha tentato in tutti i modi di farsi sentire, quanto da parte della cittadinanza, che invece non ha trovato un catalizzatore idoneo a suscitare quel diffuso sollevamento morale che sarebbe necessario. Eppure, questa pseudo riforma riguarda molto più i cittadini che i magistrati.

È vero che ci sarà un referendum confermativo, ma purtroppo non tutti i cittadini sono consapevoli della gravità della situazione; tant’è che i sondaggi danno una prevalenza di favorevoli rispetto ai contrari. Questo referendum è un grosso rischio, per la poca informazione e la molta demagogia che imperano sull’argomento. Si sa che la democrazia è fragile, e un popolo disinformato non è in grado di difendersi.

Perciò, pur sapendo che la mia voce è debolissima, non posso non alzarla nella speranza di indurre qualcuno in più a dire no a questa infausta legge.

Non basterà questo articolo a spiegare le ragioni della democrazia contro la pseudo riforma, tanti sono gli argomenti da affrontare; ce ne vorranno altri. Anzi, non posso non lodare l’iniziativa di pubblicare, nello scorso numero di STAMPACRITICA, “La Crisi della Giustizia, ovvero la crisi dei diritti dei cittadini, nella separazione delle Carriere dei Magistrati”: un articolo molto circostanziato che, tra l’altro, mette in evidenza l’equivoco usato dalla maggioranza come cavallo di troia per far digerire la legge prima al Parlamento, poi al popolo italiano. Mi riferisco al fatto di definire “riforma della giustizia” ciò che è soltanto una modesta, seppur scellerata, riforma della magistratura. Si sa, a questo governo piace esagerare!

Ma non è un equivoco da poco. Riformare la giustizia vorrebbe dire introdurre gli strumenti per ottenere processi più veloci e una maggior certezza del diritto. Invece la legge di tutto si occupa fuorché di questo. Anzi, di questo “se ne frega”. E tuttavia i politici della maggioranza fanno finta di credere che questo sia l’obiettivo della riforma e, con l’abituale faccia di tolla, lo dichiarano in maniera più o meno esplicita.

Ecco il primo fatto che bisogna dire, anzi, gridare: questa non è una riforma della giustizia; la giustizia resterà lenta e insicura come ieri e oggi, né più, né meno. Non ci sarà nessun vantaggio per i cittadini; ci saranno invece, man mano che la riforma esplicherà i suoi effetti, gravi svantaggi.

Non essendo un giurista, ho dovuto sforzarmi di capire quale sia il senso di questa pseudo riforma. Ma, in certo senso, noi cittadini, siamo più importanti dei giuristi, giacché siamo chiamati a votare sì o no alla legge; è vero che la maggior parte di noi non ha studiato diritto e, comunque, poco ne capisce; ma, ciò nonostante e prima di tutto, dobbiamo capire che cosa voteremo. Perché la democrazia muore nella misura in cui i cittadini vengono ingannati.

La legge prende spunto dalla possibilità di passaggio tra funzione inquirente e funzione giudicante da parte dei magistrati, e ne fa il suo cavallo di battaglia. Il problema è presentato dalla maggioranza come rilevante, perché renderebbe il giudice e il pubblico ministero vincolati indebitamente l’uno all’altro. Il giudice, sostengono, non sarebbe “terzo” e la sua capacità di giudicare sarebbe compromessa “a prescindere”, come avrebbe detto Totò.

È vero? Certo che no, per due evidenti motivi.

Primo: nel 2023 ci sono stati 34 cambi su 8.851 magistrati totali (pari allo 0,38%): il passaggio è un fenomeno del tutto marginale, che non incide in alcun modo sull’esercizio della giurisdizione. Se un problema c’era, era stato già risolto dal Decreto Legislativo n. 160 del 2006, che li ha da quasi vent’anni drasticamente ridotti, senza scomodare la Costituzione e senza raccontare balle agli italiani.

Secondo: il rapporto Eurispes segnala che solo il 40% dei processi che arrivano a sentenza in primo grado finiscono con una condanna; ciò vuol dire che nel 60% dei casi il giudice dà torto all’accusa: quale migliore prova dell’indipendenza del giudice rispetto al pubblico ministero? O forse dobbiamo raggiungere il 100% di assoluzioni per esser soddisfatti? Abbiamo visto nel recente caso del comune di Milano come i giudici abbiano smontato diverse decisioni dei pubblici ministeri nei confronti di imprenditori e funzionari comunali: vogliamo ancora sostenere che il giudice non è “terzo”?

Ma se, come tutti possono capire, la separazione delle carriere è cosa superflua, e non c’è una surrettizia dipendenza tra magistrati inquirenti e giudicanti, bisogna chiedersi quale sia il vero motivo ispiratore della riforma: un motivo così importante da dover ricorrere a una legge costituzionale. Ed anche, aggiungerei, così importante da dover programmaticamente mentire.

Il punto sostanziale, a mio avviso, è che diversi procedimenti giudiziari hanno avuto per oggetto le azioni di esponenti politici: è questo, credo, che si vuole impedire. I politici, o almeno una parte di essi, vogliono essere affrancati dalla possibilità di interferenza da parte della magistratura: vogliono poter agire senza vincoli legali.

Non vogliono processi più rapidi e giusti, come piacerebbe a voi e a me: vogliono avere le mani libere.

La presidente Meloni lo ha fatto capire chiaramente in molte occasioni nell’arco della legislatura; ovviamente non prima, quando era all’opposizione. Recentemente, quando la Corte dei conti ha espresso rilievi sulla legittimità della delibera del CIPESS relativa al progetto del ponte sullo stretto, li ha definiti “l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”. A parte il fatto che il CIPESS è solo un comitato interministeriale e non ha niente a che fare con il Parlamento, la Corte esiste proprio per fare quei controlli. Ma questo, come ognuno di voi ricorderà, è solo l’ultimo di una lunga serie di casi. Se le parole hanno un senso, è evidente che si ha fastidio proprio dei controlli di legittimità. La riforma della magistratura risponde a questo sentimento, più volte manifestato. Ma che gli atti del governo possano subire un controllo di legittimità è proprio uno dei capisaldi della democrazia.

Non a caso, l’idea di separare le carriere dei magistrati è stata evocata per la prima volta dal “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli, come risulta dai documenti della Commissione Parlamentare sulla P2, presieduta da Tina Anselmi. Il piano prevedeva di dividere nettamente magistratura inquirente e giudicante, con maggior dipendenza della prima dall’esecutivo, e di ridimensionare il potere del Consiglio Superiore della Magistratura, rendendo possibile un diretto intervento politico nelle promozioni e nelle assegnazioni degli incarichi.

Punto per punto, proprio questa è la sostanza della pseudo riforma della giustizia.

E che cosa volesse intendere per “rinascita democratica” un aspirante golpista, implicato nelle peggiori trame eversive italiane, penso che ognuno possa immaginarlo.

Ma il governo nega di voler asservire la magistratura al potere politico. Sostiene, infatti, di non aver modificato l’articolo 104 della Costituzione, dove è stabilito che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

Ed è vero, apparentemente: la furbata, infatti, è di non abolire l’articolo 104, ma di renderlo inefficace con la modificazione del CSM e l’istituzione della Corte Disciplinare. Un classico gioco delle tre carte, ovvero come ti frego sorridendo: è con questo sistema che la magistratura perderà indipendenza e autorevolezza.

Voglio sottolineare ancora una volta l’ipocrisia, ormai principale strumento di questa politica demagogica, con cui il governo sta manipolando l’opinione pubblica per ottenerne il consenso. Non dice qual è il suo vero obiettivo, ma lo dissimula con discorsi apparentemente credibili, ma del tutto infondati. È per questo che ha sempre evitato una discussione aperta in Parlamento, o un incontro franco con i giornalisti. Neanche una conferenza stampa (intendo con possibilità di domande non concordate) per illustrare una riforma costituzionale. Come se non fosse una cosa rilevante. Come se le decisioni del governo non si dovessero né potessero discutere.

E già, perché questa riforma, approvata dal Parlamento nel minor tempo possibile, è in realtà frutto del lavoro del governo. Non è nata in seno al Parlamento, ma nel Consiglio dei ministri, che l’ha approvata il 29 maggio 2024, prima che approdasse in Parlamento: una riforma costituzionale gestita come se fosse un banale decreto legislativo.

Un’anticipazione del premierato, come vagheggiato dalla premier: ancora una volta ingannando gli elettori, cui aveva proposto il presidenzialismo, che è cosa completamente diversa e più seria.

Prove di dittatura? Temo proprio di sì.

Ma quest’articolo è già troppo lungo, non sarebbe giusto approfittare oltre della pazienza dei lettori. Il seguito al prossimo numero, con un ulteriore approfondimento della pseudo riforma.

di Cesare Pirozzi

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