No, non ho detto gioia, ma naja

È quello che viene da cantare – parafrasando la ‘noia’ del Califfo – di fronte alla proposta del Ministro della Difesa Crosetto di rintrodurre la leva militare in Italia. Leva, però, non obbligatoria, ma volontaria. In Italia, infatti, il servizio militare obbligatorio è stato sospeso il 1° gennaio 2005, a seguito della legge n. 226/2004. Ossia, si torna vent’anni indietro. Quanto poi è davvero volontaria, se si stabilisce già a priori un arruolamento di almeno diecimila soldati? Non solo Crosetto, ma tutto il corifeo euro militare intona ad una sola voce il canto mistico dell’insicurezza. Ma l’insicurezza sono innanzitutto loro stessi, la loro ideologia, filosofia, weltanschauung, visione del mondo. E lo è perché il pensiero contemporaneo ha abolito del tutto il principio stesso di verità. Se esistesse, infatti, una verità con la V maiuscola, universalmente, religiosamente, scientificamente prestabilita, l’uomo non sarebbe che un pupazzetto nelle sue mani, un suo mero esecutore. L’uomo del presente, invece, se le vuole determinare da solo – con la pura forza di volontà fisica e mentale – le proprie verità. Verità parziali, ad hoc, usa e getta, da sbarazzarsene man mano che se ne sbozzano, scalpellano altre, da prendere a martellate subito dopo. Persino nella scienza le verità sono rese a scadenza, come i vasetti di yogurt del supermercato, riducendole a meri protocolli procedurali transitori.

Così che nello scorrere impermanente delle verità con la v minuscola, viene a strutturarsi una perenne insicurezza trascendentale. Più potentemente vertiginoso si mostra il versante militare dell’Apparato Tecno-scientifico mondiale, più la minaccia inspessisce le proprie imperscrutabili, imprevedibili ombre. Il ricorso alla forza, alla volontà, anzi, al delirio di potenza armata, appare inevitabile. La leva, dunque, non è affatto volontaria, ma è prodotta forzatamente: dall’incontrollato, spasmodico innalzamento della febbre di potenza.  

Fischiano e rimbalzano ormai come raffiche di pallottole gli appelli di politici, economisti e intellettuali ai giovani di smetterla con la loro mentalità da rammolliti, mammolette del pacifismo, del tanto ingenuo quanto pernicioso rifiuto della dura, ma inaggirabile realtà. Insieme a tanta copiosa distribuzione di Viagra ideologico per attizzare la libidine bellica giovanile, andrebbe però squarciato anche lo schermo della propaganda, per mostrare cos’è veramente oggi lo ius belli, la legge di guerra. Colpire non più tanto nemiche sagome armate in divisa, quanto attuare il mero protocollo tecnico, la procedura indifferenziata del massacro diretto di civili. Tendendo – preferibilmente – a declinare il termine ‘civili’ con quello di ‘bambini’. E farlo asetticamente attraverso pulsanti, mauser, joystick, tasti di consolle, device, radiocomandi, smartphone che attivano missili, droni, armi laser. E con gli stessi dispositivi instagrammarsi, farsi selfie, stories, video, gif, reel, meme, con la stessa attitudine contundente dei bimbominkia canaglie che a scuola o in strada si riprendono e mettono in rete imprese contro disabili, gay, ragazze e persino prof.

Questa è oggi l’eroico, patriottico esercizio militare cui i giovani dovrebbero consegnare il senso stesso dell’esistere, della coscienza del mondo, per spegnere la fame chimica di profitto, la sete tossica di tracotanza, l’incontinenza di follia di un potere per il quale davvero tutto il resto è noia – come canta Franco Califano –, perché la gioia autentica gli è antipodale, oppositiva, come l’acqua a un cane idrofobo. Sì, d’accordo ma poi/… Naja, naja, naja/ Maledetta naja, spalmatevela addosso da soli la vostra feccia.  

di Riccardo Tavani

 

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