Il futuro non deve escludere nessuno

C’è una parola che, quando compare in una legge, fa sempre un certo effetto. È una parola grossa, che promette futuro e allo stesso tempo fa un po’ paura: intelligenza artificiale. E quando quella parola incrocia un’altra parola delicata, complessa, spesso dimenticata come disabilità, allora vale la pena fermarsi un attimo e leggere bene, riga per riga.

L’11 dicembre 2025 entra in vigore la legge 132. Non è un romanzo e non è un thriller, anche se dentro c’è una trama precisa: decidere come usare le macchine che “pensano” senza lasciare indietro nessuno. Nemmeno chi, nella vita reale, parte già con qualche ostacolo in più.

La legge dice una cosa semplice, almeno sulla carta: l’intelligenza artificiale deve essere al servizio della persona. Non il contrario. Deve essere trasparente, comprensibile, controllabile. E soprattutto accessibile anche alle persone con disabilità, “su base di uguaglianza e senza discriminazioni”. Non è una formula buttata lì: è un richiamo diretto alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Un punto fermo, nero su bianco.

Dentro questa legge ci sono articoli che parlano chiaro. Le informazioni sull’uso dei dati devono essere spiegate in modo semplice, perché il consenso non sia una firma al buio. In sanità, l’IA può aiutare, certo: prevenzione, diagnosi, cure. Ma resta uno strumento di supporto. Le decisioni finali spettano sempre alle persone, ai professionisti, ai medici. La macchina non comanda, non decide da sola, non prende il posto dell’essere umano.

E poi c’è il cuore del discorso. L’articolo che parla esplicitamente di disabilità. Qui la legge fa una promessa importante: promuovere sistemi di intelligenza artificiale capaci di migliorare la vita quotidiana, l’autonomia, la mobilità, l’accessibilità, la sicurezza. Tecnologie che aiutano a costruire il progetto di vita, non a limitarlo. Tecnologie che includono, non che escludono.

Anche nello sport, nel benessere psicofisico, nelle attività dei giovani, l’IA viene chiamata a fare la sua parte. Sempre con la stessa regola non scritta ma fondamentale: nessuno deve restare fuori.

Non è una storia a lieto fine, non ancora. È piuttosto l’inizio di un’indagine. Perché una legge, da sola, non basta. Conta come verrà applicata, controllata, fatta vivere nella realtà. Ma questa volta, almeno, il segnale è chiaro: il futuro digitale non può essere costruito solo per chi corre veloce. Deve essere pensato anche per chi ha bisogno di tempo, di strumenti giusti, di rispetto.

E questa, forse, è la parte più intelligente di tutta l’intelligenza artificiale.

di Eligio Scatolini

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