In hoc gratia cinema vincit

“In una sola goccia di grammatica si condensa un’intera nube di filosofia”, scrive Ludwig Wittgenstein. Anche in una paroletta di appena sei lettere divise in due sillabe si distende un intero cielo di nuvole e squarci d’azzurro, pioggia trafitta da sole e arcobaleni iridati. Il regista Paolo Sorrentino ha messo la stringatezza di questa parola nel titolo e nel contenuto del suo ultimo film La grazia. Se iniziamo dal greco antico cháris, passando per l’Antico e Nuovo Testamento, arrivando al latino gratia, fino alle lingue moderne, ci troviamo davvero di fronte a una totalità semantico-spirituale, poetica ed esistenziale senza fine. Essa è un dono – gratuito. Divino, elargito a titolo di pura benevolenza da Dio all’uomo, discendendo da esso anche quel tipo di certezza che fa muovere le montagne che si chiama fede. In questo film c’è un Presidente della Repubblica Italiana, il cattolico Mariano de Santis, detto ‘Cemento Armato’, che dialoga con il papa prossimo venturo, un nero con lunga coda di capelli brizzolati che si sposta da solo in scooterone. Ed è proprio tale avveniristico Pontefice a svelargli un’altra sorprendente accezione di quella parola.

Professore di giurisprudenza, il Presidente ha una assistente speciale, anch’essa giurista. È la figlia Dorotea, che incalza la sua indecisione, mancanza di coraggio, tattica del rinvio permanente con una domanda bruciante: “Di chi sono i nostri giorni, papà?”. Negli ultimi sei mesi del suo mandato, il cosiddetto semestre bianco, Mariano vive da vedovo nel tormento di Aurora, l’adorata moglie scomparsa che gli ha lasciato l’angoscia di un segreto mai svelato. Un’alta carica dello Stato, del potere, che vive imprigionato nel Palazzo per eccellenza, ormai come l’amletico fantasma di un Re, ma dalle passioni e vicende fisiche umanissime, messo a dieta di cibo e tabacco dalla sua amorevole ma implacabile figlia-assistente, quasi una suora che ha sacrificato tutta la sua vita a lui. In nome di cosa? Più della verità di giustizia, che dell’astratta lettera della legge in sé. Due domande di grazia e una legge sull’eutanasia: di chi sono i giorni della cementizia paralisi quirinalizia su queste scelte? Davvero un potente inchiodato sulla croce, un povero cristo nella polvere della propria impotenza, o fine epocale della potenza in sé, politica o di qualsiasi altro tipo sia. “Padre, padre, perché mi hai abbandonato?” geme Cristo nei suoi ultimi respiri sul Calvario. O non è proprio su quella crux, tra quell’incrocio di assi e aguzzi crucci che balugina la grazia?

La polisemanticità della paroletta ‘grazia’ si dipana, s’intreccia, si sedimenta come alta forma cinematografica nei contenuti politici attuali ed esistenziali dell’opera sorrentiniama. Le interpretazioni di Anna Foglietta e Toni Servillo si fondono in un’inedita coppia padre-figlia tra le tante della storia del cinema, e convincono,  coinvolgono, e alla fine il pubblico esce entusiasta e allo stesso tempo commosso. Non è, però, solo una reazione finale meramente emotiva, perché qui è soprattutto il senso critico che i temi del film richiamano in noi a rimanere entusiasta e commosso man mano che si addentra nella visione. Toni Servillo è davvero alla sua migliore prova d’attore, per la quale si può senz’altro dire sia anche co-autore, avendo fatto dono di quella terza dimensione fisica, corporea, vocale, facciale al personaggio pensato dal regista, che forse neanche Sorrentino – e magari lo stesso attore – poteva immaginare arrivasse a tanta superiore espressività artistica. Davvero un’opera quale totale stato di grazia. Il film è uscito in anteprima alle 11 di mattina nei giorni tra Natale e Capodanno. Vedere le sale abbastanza piene a quell’ora anche questo si chiama – grazia. Esce in normale programmazione dal 15 gennaio 2026. Distribuzione PiperFilm. Durata 133 minuti.

di Riccardo Tavani

Please follow and like us:
fb-share-icon
Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial
WhatsApp
YouTube
Copy link
URL has been copied successfully!