Non Antropocene ma Profittocene
Si sapeva dal 1790. È come se con la frana due secoli e mezzo fa fosse partita da Niscemi una diligenza a cavalli, lenta e anche con destinazione ignota quanto si vuole, ma con arrivo certo, inesorabile. Lo preconizza il geologo e naturalista dell’epoca Giovanni Targioni Tozzetti. Essa ha una prima stazione d’arrivo che si svela essere collocata al 1997, circa trent’anni fa. Una frana simile colpisce, più meno nella stessa area, quattrocento famiglie, per complessive mille persone. Nel frattempo le tecnologie d’indagine geologica e i mezzi di trasporto evolvono nella maniera vertiginosa e travolgente che sappiamo. Strumenti terrestri e satellitari sentenziano che non più una diligenza, e neanche un treno ad alta velocità o un aereo sono in rapido viaggio verso una nuova stazione ferroviaria o scalo aeroportuale, ma che addirittura è come se la miccia di un’immane massa di dinamite fosse stata innescata con esito deflagrante certo, per quanto incerta ancora l’ora di arrivo. In termini di tempi geologici, però, tale tempo è paragonabile solo a una manciata di secondi, al massimo di secondi. E, anzi, neanche di dinamite, ma dell’esplosivo più potente finora sintetizzato dall’uomo: l’Astrolite G, il quale si presenta come un liquido incolore e insapore, che riesce a infiltrarsi pervasivamente, molecolarmente sotto ogni superfice.
E l’innesco occasionale, nel caso di Niscemi, è anch’esso liquido: la massa piovosa che s’abbatte sull’intero altopiano sul quale si eleva la città, nell’area della provincia di Caltanisetta. Assommandosi alla massa acquosa ristagnate da tempo nello strato argilloso impermeabile, sottostante quello friabile di rocce sabbiose di superfice, si determina la riproposizione d’una spaventosa frana detta di scorrimento, alta fino a 25 metri e lunga circa 4 Km. Non un evento, una sciagura naturale imprevedibile. Quell’area è classificata in tutte le carte degli enti istituzionali geologici e accademici nazionali e internazionali come ad elevatissimo rischio franoso, con esito letale di vaste dimensioni per l’uomo e l’ambiente. Anche questa, però, non è il capolinea del viaggio o il consumo di tutta la miccia innescata, ma solo un’altra tappa, o stazione di transito. Lo spostamento nel sottosuolo è ancora in atto. Forse dovrà essere evacuato e spostato altrove l’intero insediamento urbano, e ricostruito in una zona idrogeologicamente più stabile, come è avvenuto per diverse altre situazioni in Italia e all’estero.
Ma il nostro paese è disseminato, fino a consisterne quale struttura morfologica prevalente, di territori ad alto, elevato o elevatissimo rischio idrogeologico. E – a causa della crisi climatica in atto – gli eventi atmosferici si abbattono sull’intero pianeta in maniera sempre più improvvisa e violenta. Negarlo ancora corrisponde ormai a quella celebre ammissione che recita: E continuiamo pure a farci del male. E d’altronde lo stesso vertice negazionista imperiale americano, per rivendicare l’appropriazione a sé della Groenlandia, si deve costringere ad ammettere che i ghiacci polari si sono in rapida fase di scioglimento, causa il mutamento climatico in atto. Le domande, quindi, diventano del seguente tipo. Perché non si fa niente per prevenire, o quanto meno prepararsi, attenuare questi disastri ampiamente prevedibili e previsti? E dato che essi hanno un enorme costo economico, oltre che umano, non sarebbe preferibile investire questo ammasso finanziario in strumenti tecno-scientifici, misure e provvedimenti strutturali di prevenzione? E perché non si rinuncia allo sfruttamento, estrazione massiva del pianeta, alla edificazione, cementificazione che divora ogni giorno, ogni ora aree spaventose di suolo, oltre che massacrare coste, rilievi e impestare acqua e aria? E perché chi inquina non vuole in nessun modo farsi carico economico, o assoggettarsi a misure di compensazione delle proprie letali produzioni e costruzioni, dato che esse stanno ormai spingendo tutta la vita naturale, compresa quella umana, sull’orlo della distruzione totale?
Perché per il capitalismo – quale forma di produzione, scambio, comunicazione e vita verso la quale siamo evoluti – ha come fine primario del proprio agire etico e pratico il profitto privato. Non è una questione di mera malvagità soggettiva o di classe, ma di logica intrinseca al sistema di produzione-distribuzione di merci e accumulo di capitale. Qualsiasi altro fine e costi relativi, che intacchino tale accumulo, non può che o essere completamente evitato, o messo ben in fondo alle proprie urgenze e priorità. Di fronte al bivio tra sicurezza collettiva e profitto privato, il capitale non può fare a meno di imboccare la seconda via. E decisamente, senza tentennamenti morali. Come è noto, dopo l’era geologica dell’Olocene, durata 11.700 anni, per quella attuale è ormai invalso il nome di Antropocene. Questo a causa del forte impatto che dalla seconda metà del ’900, in coincidenza della totalizzante affermazione e intensificazione dell’industrialismo, l’agire umano modifica in misura determinante gli equilibri naturali. La cosiddetta impronta ecologica, ideata nel 1990, misura proprio il consumo di terra e altre risorse naturali, confrontando la crescente velocità di sfruttamento umano e quella del pianeta di rigenerare tali risorse. Per questo non dovremmo parlare di Antropocene, ma di Profittocene. L’ uomo, ossia l’antropos, infatti, se vuole scongiurare la distruzione della vita propria, di altre specie ed elementi naturali non può fare in nessun modo di passare a una fase più avanzata e giusta di rilascio sulla Terra della propria orma ecologica.
di Riccardo Tavani

