Il metateatro del signor Moliere

Metateatro: il teatro nel teatro. Rompere la quarta parete per interagire direttamente con il pubblico, distruggendo l’illusione scenica. Il teatro nel teatro che rappresenta lo spettacolo dentro una commedia, serve spesso a coinvolgere il pubblico portandolo ad un livello superiore di comprensione rispetto ai personaggi, o a indurlo a riflessioni critiche sulla realtà e sulla finzione.

Ci riesce bene, anzi benissimo,  Maria Teresa Berardinelli, con un testo, al teatro Greco di Roma, mettendo in scena con la regia di Danilo Capezzani “Vita del signor Molière” liberamente tratto dal romanzo di Michail Bulgakov, con un bravissimo Fausto Paradivino. Molière è Molière, talmente Molière, che il pubblico  non riesce a togliere la maschera della finzione a Paradivino, talmente entrato nel personaggio, da abbattere il muro della realtà scenica da quella teatrale. Talmente appassionato e passionale, talmente ossessivo, talmente Molière, da portare se stesso e il pubblico a quel livello di comprensione altrimenti intellegibile.

Una compagnia di altissimo livello, Barbara Giordano, Paolo Faroni, Diego Giangrasso, Paolo Madonna, Aurora Spreadico, che abbatte ogni ostacolo, portando il teatro nel teatro rimandando direttamente al mondo del teatro, affrontando questioni relative alla qualità dell’arte drammatica, oppure più semplicemente, offre l’azione di personaggi consapevoli della finzione che essi stessi stanno agendo.

Un meccanismo per congegnato, oliato e sincronizzato, dove la finzione scardina la realtà, modificandola al suo interno, per mostrare in tutta la sua forza distruttiva, la paura, l’angoscia, l’amore, il potere, cioè tutte le ossessioni del signor Molière, che distruggeranno il Molière stesso. Un Molière malato, fisicamente e spiritualmente, tanto da farci continuamente pensare al cartello che appare all’inizio dello spettacolo: anima-corpo.

Una modalità narrativa che assume il carattere dello svelamento dell’artificio illusorio della rappresentazione teatrale di una vita angosciosa e angosciante, ma anche ironica nei confronti del potere costituito, che il signor Molière mette in scena in uno spazio teatrale privo della quarta parete. Da qui la necessità di rompere l’illusione, non solo per criticare la convenzionalità della trama, ma anche dal bisogno di destare l’attenzione dello spettatore, per valorizzare la forza recitativa dei personaggi.

Così Molière uccide se stesso, sul palcoscenico di un teatro nel teatro, dove ognuno è qualcosa di più di ciò che rappresenta, sia sulla scena che sulla platea, dove il pubblico è in scena come i protagonisti, annullando ogni finzione recitativa.

di Claudio Caldarelli 

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