Le oscure radici di una guerra
L’aggressione perpetrata da Trump e Netanyahu nei confronti dell’Iran sembra voler precipitare il mondo in una crisi gravissima: certamente economica e politica, forse anche militare.
Non pochi commentatori hanno letto nelle parole di Trump un’allusione, non troppo velata, all’impiego dell’arma nucleare. Cos’altro, infatti, potrebbe portare alle gravissime conseguenze minacciate contro il regime degli ayatollah? E perché la Cina e buona parte del mondo arabo hanno spinto con tanta urgenza per gli incontri di Islamabad? E perché l’uso di un linguaggio così minaccioso e di per sé stesso aggressivo, dal nome “furia epica” dell’operazione militare al chiamare “pazzi bastardi” quelli con cui dice di voler trovare un accordo?
Nel momento in cui scrivo, i negoziati sono stati interrotti; l’Iran non intende arrendersi senza condizioni, come di fatto chiede il Presidente USA quando dice che, se non si “arrendono”, allora “non avranno più ponti, non avranno più centrali elettriche, non avranno più nulla. Non mi spingerò oltre perché ci sono altre cose peggiori di queste due”. Al nostro intuito capire cosa siano queste “altre cose”: forse che non avranno più vita?
Ma perché questa guerra? Quali sono le sue vere ragioni? La domanda è necessaria a fronte dell’opacità delle motivazioni ufficiali.
Ufficialmente l’intervento sarebbe stato dettato dalla necessità di difendere gli Stati Uniti “dalle minacce del regime iraniano”. Minacce legate alle residue scorte di uranio arricchito iraniane che, secondo le precedenti dichiarazioni ufficiali, sarebbero state completamente distrutte nella “guerra dei 12 giorni”.
L’esistenza di una minaccia incombente è necessaria perché, diversamente, un attacco militare (una guerra, in parole povere) avrebbe dovuto essere approvato preventivamente dal Congresso americano; il che non è stato, come – ahimè! – ormai abituale.
Personalmente, mi fa sorridere l’idea che gli USA fossero sotto la minaccia atomica degli ayatollah. Ammesso che questi avessero salvato sufficienti quantità d’uranio arricchito, non risulta che avessero bombe atomiche, né mezzi per lanciarle sul continente americano. Ma anche secondo l’AIEA (l’agenzia internazionale per il nucleare) non vi era alcun sentore di minaccia atomica. Inoltre, secondo alcuni analisti americani, l’obiettivo di annichilire le riserve di uranio non avrebbe richiesto la mobilitazione della flotta e di ben due portaerei.
D’altra parte erano già in corso trattative diplomatiche sullo spinoso problema. Sembra, anzi, che gli iraniani avessero accettato di rinunciare all’uranio arricchito: così sostiene, ad esempio, il ministro degli Esteri dell’Oman. Tuttavia Trump si era dichiarato “non contento” dell’andamento del negoziato. Evidentemente Trump ha un’idea sua personale di “negoziato”.
Un ulteriore motivo dell’aggressione, più volte ventilato, sarebbe stato quello di provocare un cambio di regime in Iran. “L’ora delle libertà è vicina”, Trump ha detto agli iraniani, esortandoli a “prendere il controllo del proprio governo” una volta completata l’azione militare. “Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni. Per molti anni avete chiesto aiuto all’America, ma non l’avete ottenuto. Nessun presidente era disposto a fare quello che sono disposto a fare io stasera. Ora avete un presidente che vi dà ciò che volete, quindi vediamo come rispondete”.
La pretesa è semplicemente ridicola. Gli oppositori del regime sono già stati decimati dalla repressione e certamente non hanno nessuna voglia di dar retta a chi ora li bombarda senza pietà e minaccia di farli tornare “all’età della pietra”.
Comunque, a torto o a ragione, il regime iraniano non ha intenzione di mollare.
Di fronte alla contraddittorietà, direi alla vacuità delle ragioni ufficiali, non possiamo non pensare che quelle vere siano altre.
Non si può dire che Trump non lo abbia detto. Ecco una dichiarazione fatta in un incontro con i giornalisti in occasione della Pasqua: “E potremmo avere, beh, la cosa, se potessi scegliere, cosa mi piacerebbe fare? Prendere il petrolio. Perché è lì a portata di mano, non c’è nulla che possano farci. Purtroppo, il popolo americano vorrebbe vederci tornare a casa. Se dipendesse da me, prenderei il petrolio, lo terrei e farei un sacco di soldi”.
Negli stessi giorni, uno spezzone del film di Oliver Stone “W”, del 2008, ha molto girato sui social. Il film riguarda il presidente Bush figlio e ricostruisce i retroscena della guerra in Iraq. In particolare, il regista fa dire a Dick Cheney: “Se controlli l’Iran controlli l’Eurasia e controlli il mondo. Un impero, un vero impero. Così nessuno ci romperà più il c***o”. “Vedo un mondo in cui tra 25 anni le nostre riserve di petrolio saranno finite, mentre la domanda crescerà fino al 30%, 40% e abbiamo due oceani che ci impediscono di accedere alle maggiori riserve mondiali. Pensate che avremo degli alleati allora? Siamo il 5% della popolazione del mondo, ma consumiamo il 25% della sua energia. Pensate che Russia e Cina ci aiuteranno quando avranno bisogno loro di queste risorse?” “Abbiamo basi in 120 paesi in tutto il mondo, aggiungendo l’Iraq che succede? Conquistiamo il luogo dove ha avuto origine la civiltà. Se ripuliamo quella fogna possiamo ricostruirla e sfruttare al massimo le sue risorse”. “Abbiamo una exit strategy?”, aveva chiesto allora George W. Bush. “Non andiamo là per sganciarci ma per restare”, gli aveva spiegato Cheney. “È un rapporto che non si spezzerà finché vivremo”. E ancora: “Dove manca la nostra presenza? Nel cuore di tutto: in Iran. Il giacimento madre, la più grande riserva di petrolio del mondo, il 40% del petrolio mondiale, passa da qui e dallo stretto di Hormuz”.
Il film sembra profetico. D’altronde Oliver Stone è sempre documentato e credibile nelle sue ricostruzioni; nel 2022 aveva affrontato il problema dell’energia nucleare nel documentario “Nuclear now”, dove denunciava la disinformazione messa in atto dai petrolieri a danno del pianeta. Comunque le parole del film vanno molto d’accordo con quelle sfuggite a Trump. E con il precedente dell’intervento in Venezuela.
C’è poi un aspetto veramente particolare, che ha a che fare con l’ideologia religiosa evangelico-pentecostale. Premetto che questa corrente religiosa è molto legata all’ideologia MAGA e ha fornito un massiccio sostegno elettorale a Trump. Questi ha istituito un “ufficio della fede” nella Casa Bianca, i cui membri si riuniscono in strani riti religiosi nello studio ovale con il Presidente: molte foto e filmati sono stati diffusi, dove si vedono alcuni membri di spicco di chiese evangeliche (coordinati da Paula White-Cain) pregare e “imporre le mani” sul presidente, in una sorta di rito magico. Sebbene Trump non abbia fama di essere un buon cristiano – e i vari pastori evangelici che lo sostengono lo ammettono candidamente – si è creato un accordo piuttosto saldo: l’80% degli evangelici lo ha votato e, in cambio, Trump traduce in provvedimenti politici le loro idee su aborto, omofobia, contrasto a qualunque tipo di assistenza alle fasce più povere; questa ideologia (ironicamente definita cristiana) sostiene infatti che chi ha fede viene premiato con il benessere, mentre la povertà e la sofferenza sono conseguenza di una qualche “colpa” e, quindi, non devono essere alleviate. Alcuni leader religiosi hanno ammesso candidamente di volere una forma di governo teocratico e che Dio stesso ha favorito l’elezione di Trump (e lo ha salvato dall’attentato). Per questo, tra l’altro, il pastore evangelico Ken Peters fu tra i sostenitori e, direi, gli “aizzatori” dell’assalto a Capitol Hills del 6 gennaio 2021: l’unto del Signore non può perdere le elezioni!
Tutto questo può farci sorridere: sembra, per certi versi di essere tornati nel medioevo. Ed in effetti l’attacco di Trump contro Papa Leone (“è un debole”, “se io non fossi alla Casa Bianca, lui non sarebbe in Vaticano”) sembra riecheggiare gli scontri tra papato e impero di dantesca memoria.
Fatto sta che alcune correnti (a quanto pare maggioritarie) evangelico-pentecostali auspicano il ricostituirsi di uno Stato di Israele allargato ai suoi confini antichi, con Gerusalemme per capitale e la ricostruzione del Tempio, come premessa necessaria all’avvento di un nuovo Messia e ad una rinascita dell’umanità (o almeno di una parte di questa: la loro, ovviamente). Il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, nel precedente mandato presidenziale di Trump, probabilmente va visto proprio in quest’ottica. Ma una tale visione profetica dell’assetto geopolitico medio orientale potrebbe esser una importante concausa delle politiche americane nell’area. Non è necessario che Trump ci creda per davvero, in ogni caso ci crede un’importantissima fetta dei suoi elettori. E, comunque, ci credono i suoi consiglieri dell’ufficio della fede alla Casa Bianca.
In ogni caso, tale ideologia politico-religiosa salda gli interessi della parte più integralista di Israele con la parte più integralista del popolo e del governo americani.
Molti osservatori, inoltre, hanno sostenuto che Netanyahu abbia convinto Trump a intervenire. Secondo questo punto di vista, l’attacco all’Iran, il suo indebolimento e, possibilmente, un cambiamento di regime è più nell’interesse israeliano che non americano. Se questo è plausibile, resta l’interrogativo su quali leve di potere il leader israeliano avrebbe nei confronti di Trump.
Si ipotizza che Netanyahu (come forse anche Putin) farebbe leva sui segreti di Trump in rapporto alla strana organizzazione di Epstein. L’ipotesi si basa sul fatto che il padre di Ghislaine Maxwell sarebbe stato un collaboratore del Mossad (oltre che del KGB) e che l’organizzazione di Epstein avrebbe ereditato i metodi (il cosiddetto kompromat: la compromissione in vicende scabrose al fine di ricattare qualcuno) e probabilmente anche i contatti.
Forse non sapremo mai se queste ipotesi siano vere, tuttavia è evidente che le ragioni ufficiali addotte a motivo della guerra contro l’Iran sono deboli e contraddittorie. E che il presidente Trump non appare affidabile né credibile. Peccato che abbia in mano una potenza militare ed economica così importante.
Certamente, ciò ci fa sentire impotenti di fronte a questa brutta storia. Ma ci ricorda anche che la gente comune, i popoli, hanno in mano il potere di abbattere con il voto, quando gli è consentito, i governi. Cerchiamo tenerlo bene a mente.
di Cesare Pirozzi

