Il rifiuto delle convenzioni morali

Incesto, amore proibito come forza autodistruttiva, rifiuto delle convenzioni morali. “Peccato che fosse una squaldrina” una intensa tragedia elisabettiana  di John Ford, drammaturgo inglese del 1600, da non confondere con il regista statunitense, messa in scena da Lorenzo Lavia, al teatro Greco di Roma. Una opera in due atti di circa tre ore, in cui tutto accade, su un palco dalla scenografia scarna, adornata da un rumore di pioggia post-apocalittica e da un continuo andirivieni di personaggi incappucciati con l’ombrello, nero.

Il regista Lorenzo Lavia ci fa assistere, trattenendo il fiato, per tutta la durata dello spettacolo, ad una delle tragedie di vendetta più intense, dove l’amore, il vero amore incestuoso dei protagonisti, Giovanni e Annabella, risulta perdente. Alla fine trionfa l’ipocrisia e la fragilità delle norme etiche, condannando i personaggi che sfidano la legge divina e razionale.

C’è tutto il teatro classico nella rappresentazione, ma c’è anche il metateatro dei personaggi che dialogano con il pubblico, in un interscambio orale senza risposta, su cui le scene vendono costruite ad arte.

La tragedia rappresenta la sua natura amorale che ci invita a confrontarci con l’ambiguità  umana senza dare risposte definitive. Interrogarsi sull’amore incestuoso, presenta una galleria di personaggi complessi che incarnano il conflitto tra desiderio passionale e rigore morale. Giovanni giustifica l’amore incestuoso verso la sorella Annabella, attraverso ragionamenti filosofici e intellettuali sofisticati. Vede la sua passione non come un crimine, ma come una fatalità naturale e una sfida alle convenzioni religiose.

Annabella, sua sorella, cede all’amore passionale del fratello, ma a differenza di lui, vive un profondo pentimento finale e affronta la morte quasi come un martirio. Qui la bravura del regista Lavia, fa vivere al pubblico l’intenso travaglio interiore della donna, trasmettendo tutta la drammaticità di quanto si compie. Sottolineando con precisione ogni aspetto umano ma anche irrazionale, di gesti e comportamenti estremi.

Una storia interpretata benissimo da un cast d’eccezione, senza sbavature, dal ritmo serrato e dalle movenze incastrate alla perfezione sul palcoscenico, usando l’incesto come un grimaldello per scardinare le certezze morali di quella epoca, che è anche la nostra epoca. Una tragedia del 1600, resa attuale come non mai, da Lorenzo Lavia, che è riuscito a mettere in scena una critica moderna alla falsa moralità ideologico-religiosa, sottolineando l’importanza della “onesta” dei due amanti, rispetto ad un mondo di corrotti. Una critica feroce alla ipocrisia sociale, quando Giovanni, davanti al frate dice che se due persone condividono lo stesso sangue e la stessa bellezza, la loro unione è “naturale e divina”.

L’incesto come purezza distorta, in una società dominata da matrimoni per convenienza, interessi economici e falsità morali, il legame tra i due fratelli è l’unico basato su una passione vera e sull’amore. In tutto questo miscuglio di nefandezze e vendette, il potere economico-religioso del cardinale, si coalizza, assolvendo gli assassini, condannando la passione amorosa, confiscando i beni patrimoniali per profitto personale.

di Claudio Caldarelli

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