Il mondo nella mala trappola di Hormuz
Talmente grande il 26° Presidente Usa Theodore Roosevelt che per condurre bene una trattativa diceva occorreva dotarsi di un Big Stick, un grande bastone. Nel 1901 in un incontro pubblico dice: “Parla a voce bassa e porta un grosso bastone: andrai lontano”. L’espressione ebbe tanto successo che è diventata con il tempo un asse strategico portante di tutta la politica internazionale nordamericana: Big Stick Diplomacy. E ora che il presidente attuale si sente decisamente più grande di Roosevelt, il bastone – proporzionalmente – è cresciuto in dimensioni e distruttiva potenza armata supertecnologica. Ma c’è un punto del mondo, uno stretto di mare, una mala gola d’acqua, una trappola per squali imperiali, nel quale The Big Stick, in tutta la sua minacciosa maestosità, fa Strike Out, ossia fastosa cilecca. Questa è la ragione del blocco di una trattativa che ogni volta è annunciata più che prossima a uno spettacolare risultato positivo, ma che poi l’Iran fa tornare regolarmente indietro. Aumenta la rabbia, la dimensione del grande bastone, della relativa minaccia del grande presidente, ma a vuoto. Perché a vuoto andrebbe qualsiasi colpo di quella sua grande mazza da baseball.
A mandarlo a vuoto non è né Allah, né la capacità militare dei turbanti barbuti. No, è la geografia stessa. Un territorio con due vasti deserti di sabbia, rocce e sale, e alte catene montuose, una delle quali, i Monti Zagros, si estende per 1500 Km, proprio fino allo Stretto di Hormuz. Aree geografiche inzeppate dal regime teocratico di basi missilistiche occultate, tunnel e trappole armate di ogni altro tipo. Al punto che invadere l’Iran, sia per conformazioni che per dimensioni geografiche, non può essere oggetto neanche di una mera congettura, per quanto da manicomio.
Così gli strateghi hanno messo da tempo gli occhi su un francobollo di terra e acqua, proprio verso la fine della grande gola del Golfo Persico tra le terre di Iran, Iraq e Kwait. Si chiama Isola di Kharg. È l’unico posto con alti fondali che consente l’attracco sicuro di grandi petroliere. Lì passa l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane. È l’Isola di Kharg, con una superfice di appena 22 Kmq. Se la si occupa militarmente con 3-4000 mila soldati, si ha in mano il controllo del traffico navale d’esportazione, lo si può bloccare, strangolare, così da stringere l’Iran all’angolo della trattativa diplomatica. Non attraverso il Grande Bastone, ma il Grande Ricatto.
Ci sono delle controindicazioni, però. A tentare di colpire quest’isola, per le stesse ragioni, ci aveva già pensato l’Iraq nella guerra del 1980. Senza risultato. Anzi, con quello di un prolungamento del conflitto per otto lunghi anni di morti, strazi, distruzioni. Inoltre, proprio a seguito di quell’attacco, l’Iran costruisce un oleodotto alternativo a ridosso di tutta la costa meridionale. Passando per l’isola costiera di Hendourabi, scavalca lo Stretto di Hormuz, con terminale nel porto industriale di Jafk, che affaccia sul Golfo di Oman, nell’Oceano Indiano. Una soluzione inferiore tecnicamente inferiore per fondali e posizione strategica, ma pur sempre funzionante. Soprattutto, però, l’Isola di Kharg è a 25 miglia dalla costa iraniana, a uno sputo di tiro da parte di missili e droni che la trasformerebbero davvero in una trappola senza via d’uscita per gli occupanti. È vero che gli Usa dispongono di apparati d’arma antimissili e antidroni, ma abbiamo visto – nell’articolo dello scorso numero – quanti milioni di dollari costa ognuno di questi singoli aggeggi. E quanti ne ha già sparati e fatti esplodere di missili e miliardi di dollari nei precedenti attacchi all’Iran. Quanti altra massa economica è disposto l’Impero a scaraventare nella cloaca bellica? Per di più l’accumulo di forze strategiche su questo fronte, comporta un alleggerimento su quello orientale. Cosa di cui – come in un sistema di vasi comunicanti – non può che avvantaggiare avversari altrettanto strategici come la Cina, in primo luogo. Un’altra cosa inquietante. Prima del conflitto, osservatori delle agenzie internazionali avevano accesso al controllo del programma nucleare iraniano. Ora non più. E più dura lo scontro, più la teocrazia ha le mani libere d’impastare l’uranio come meglio crede e di occultarlo dove non sarà più possibile scovarlo. Oltre che poter continuare a brutalizzare iraniani e iraniane, in primo luogo, senza più alcun orizzonte di possibile riscatto. Un attacco militare, infatti, non avendo alcuna possibilità di rovesciare il regime, lo rinsalderà come una delle più immani tragedie della storia.
Così che la mala trappola di Hormuz, ormai non è più soltanto una situazione concreta, ma è la metafora stessa dell’intero mondo. E questo indipendente dagli esiti della trattativa, che può arrivare – speriamo positivamente – all’indomani stesso di questa nostra pubblicazione. Perché ormai è una civiltà che intrappola e sottomette popoli e singole persone, sensibilità e coscienze, slanci e ideali di giustizia. Anzi, non solo ideali, ma a essere bandita è la stessa possibilità e facoltà di idealità. Eppure c’è un sentire, un sentimento abissale che abita la coscienza del mondo, che va oltre ogni follia e delirio di violenza umana sull’essere. È come una stella che non troviamo in nessun cielo, in nessuna galassia, che non sia quella già dentro di noi. Un astro baluginante, che a tratti sparisce, ma non smette mai di riapparirci. Perché è il principio di un’altra civiltà, che niente e nessuno ci può impedire mai di testimoniare.
Riccardo Tavani


