Stupore e tremori

Come si può stabilire un valore rispetto ad un essere umano sul posto di lavoro?

Come è ormai risaputo, in Giappone, da tempo, si è instaurata una cultura lavorativa fondata sull’importanza delle gerarchie e la massimizzazione della produttività.

Questa situazione negli anni non è andata che a peggiorare, portando così le aziende alla ricerca di automi, più che esseri umani.

Ma come funziona realmente una multinazionale? 

Ce lo mostra Amélie Nothomb, in Stupore e Tremori, libro dove racconta la sua esperienza lavorativa all’interno di una delle aziende più ambite del Paese. 

Da semplice impiegata quale è, Amélie è costretta ad interfacciarsi con un mondo diverso rispetto a quello che si era immaginata: una giungla di toner e computer, di fogli di calcolo e reparti, di persone ormai prossime a mimetizzarsi con i toni grigi dell’ufficio.

Realtà del genere, spesso sconosciute, funzionano grazie a metodi ancora più insoliti, così Amélie si trova numerose volte a sbattere la faccia contro i muri imposti dai suoi superiori, fino a che non trova per caso uno dei capireparto dell’azienda, che le affida un lavoro importante, di grande responsabilità, che conferisce ad Amélie una certa dignità, che mano a mano si stava andando perdendo. 

La ricerca di mercato svolta è a dir poco eccellente, l’autrice ha curato ogni minimo dettaglio, dal font all’impaginazione, oltre che ovviamente il contenuto, ma contro ogni pronostico, la reazione più gettonata tra le alte sfere al comando è quella di stupore, seguita a sdegno, nei confronti dell’apprendista che si era, secondo loro, arrogata la presunzione di poter scavalcare le gerarchie istituite.

Per quanto uno possa svolgere un ottimo lavoro, non sarà mai apprezzato se non prodotto da chi di dovere. 

Questo porterà Amélie a una caduta verso il basso, fino alla pulizia dei bagni del quarantaquattresimo piano.

Il cambiamento viene preso quasi con sollievo, soprattutto dopo essere stata vessata dalla collega che ammira, poiché oltre a un’enorme stanchezza, nasce in Amélie il desiderio di svolgere mansioni elementari, dove il margine di errore è pressoché nullo, nella speranza di non essere sgridata. Questo libro mostra come di fronte all’essere umano, alla vita, si aggira il dubbio e l’incertezza della nostra esistenza, mascherato con cariche, ruoli e chi più ne ha più ne metta. L’orario del treno che viene anticipato, i prezzi che si alzano, ma non si sa perché, le conversazioni vuote, forzate, davanti a un caffè insapore. I soldi che si “guadagnano” e quelli che si spendono, le ore che scorrono e i giorni che scivolano via. La finestra che ci mostra la vita che passa, senza di noi. 

È necessario?  È necessaria la cattiveria? È necessario dover far finta di svolgere mansioni indispensabili?

Quando è che arriverà il momento in cui capiremo che il nostro ruolo non conta niente? che di fronte alla vastità di ciò che ci circonda, una targhetta o un biglietto da visita, equivalgono a polvere che in fretta verrà spazzata via. 

Sarebbe un’ammissione troppo grande riconoscere la nostra inutilità, o meglio, la nostra minutezza.

Perché l’utilità non è un metro di misura che appartiene all’umano. 

E alla fine siamo arrivati a questo: a fare fotocopie, a imprimere inchiostro su carta già dipinta, a pulire la merda lasciata da chi ci precede nella scala gerarchica. 

L’umanità per fortuna non è composta da queste cose, anzi, fino a che qualcuno si sentirà nauseato di fronte alle prepotenze giustificate da un ruolo, ai palazzi stipati da camicie e uniformi, fino a che ci sarà l’indignazione nel far parte di un qualcosa che si percepisce essere sbagliato, allora l’umanità continuerà a vivere. 

Luca Baldi 

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