Ricordare Giacomo Matteotti

Il 10 giugno 1924 viene rapito e assassinato Giacomo Matteotti.

Certe date vanno ricordate, (conservate nella memoria, rammentate, portate nel cuore) ma non celebrate, altrimenti si cade nel retorico. Si finisce per far diventare quelle date solo un appuntamento da non mancare segnato sul calendario, e, soprattutto, virano verso ed assumono, i connotati di battaglie di retroguardia. In questo caso, e visto il periodo nero, nero in tutti i sensi, economicamente, socialmente e politicamente diventa importante ricordare la figura di Matteotti, e non in senso celebrativo.

Di lui dovremmo ricordare la sua capacità di pre-vedere che la politica fascista si dirigeva verso lo Stato totalitario, e il coraggio di denunciarlo pubblicamente, con veemenza, ma anche con lucidità e con competenza specifica. Vorrei ricordare a tal proposito la documentazione prodotta nella pubblicazione di “Un anno di dominazione fascista”. Un anno costellato, scandito da crimini e omicidi che colpivano antifascisti e chiunque si opponeva al governo Mussolini, anche se era fascista, e le prove della corruzione imperante nel sistema messo in piedi. Vedi lo scandalo legato alla compagnia petrolifera americana Sinclair o scandalo del petrolio, che coinvolgeva il fratello di Benito Mussolini, Arnaldo, e quindi i vertici di quello che si avviava a diventare, anzi stava diventando perché il processo era in essere, un regime totalitario, e che aveva già occupato gran parte delle posizioni di potere dell’apparato statale.

Oggi che il potere è di nuovo nelle mani della destra fascista, non neofascista perché non c’è nulla di nuovo nel fascismo, è sempre sostanzialmente lo stesso, fatto di violenza, verbale e fisica (come le aggressioni a parlamentari nelle rispettive aule di questi giorni), di intolleranza del diverso, di occupazione dello stato, di repressione del libero pensiero, di asservimento al potere.

Diverse sono le analogie che si possono sottolineare tra il periodo che stiamo vivendo e il periodo che ha portato all’instaurazione del regime fascista: la legge elettorale proposta, da inserire nella costituzione, è più antidemocratica della famigerata legge Acerbo che faceva scattare il premio di maggioranza solo al raggiungimento della soglia minima del 25%, come giustamente ha sottolineato la senatrice Liliana Segre.

Con una tale legge si rischia di eleggere un parlamento assolutamente non rappresentativo e si tenta di creare un parlamento asservito al presidente del consiglio e che, in determinate condizioni e con la maggioranza di cui dispone, potrà imporre il Presidente della Repubblica, che comunque è privato delle sue prerogative principali, e conseguentemente la Corte costituzionale e gli altri organi di garanzia.

L’elezione diretta del presidente del consiglio, in siffatto sistema, lo rende intoccabile. Siamo messi peggio che con la legge fascistissima del 24 dicembre 1925 che rendeva il capo del governo responsabile solo davanti al re che lo aveva nominato e che solo dal re poteva essere sfiduciato. Fortunatamente non abbiamo più un re, ma neanche un parlamento che possa farlo.

È vero che la storia non si ripete mai con le stesse modalità, ma periodicamente si ripetono tentativi di instaurazione di regimi autoritari, e non è difficile, nel presente che viviamo, individuare la grossa fune nera che collega le forze politiche attualmente al governo del paese con quel tragico ventennio.

E si ripetono anche alcune condizioni che fanno da cornice, come la mancanza di un’alternativa plausibile, e qui entra in gioco l’incapacità, la tara genetica potremmo dire, delle forze antifasciste di coagularsi; la crisi della democrazia, che si concretizza con la mancata partecipazione alla vita politica e al voto, come le recenti elezioni europee dimostrano; la ricerca di un capo, del leader carismatico.

Potremmo continuare con altri esempi come la gestione familistica del potere, l’imitazione della mimica mussoliniana, certamente aggiornata, l’uso di terminologie come bonificare, come fece Amedeo Tosti nel comunicare al suo duce la compiuta bonifica dell’editoria da antifascisti ed ebrei, l’uso della lingua italiana a tutti i costi.

Inutile, continuare ad esemplificare.

Credo che in questa ricorrenza e in questo momento storico sia importante recepire la lezione di Matteotti, la sua determinazione, il suo pacifismo, il suo senso etico, il suo coraggio, la sua capacità di essere vicino alla base. È fondamentale inoltre capire ed interiorizzare l’importanza della vigilanza democratica, della denuncia ovunque possibile, da ogni tribuna disponibile: nel parlamento che si tenta di esautorare, sulla stampa, che si vorrebbe tacitare.

Penso che il modo migliore di rendere onore ad un martire della criminalità del fascismo, perché come diceva Pertini, “il fascismo non è una opinione è un crimine”, sia di ricordare, portare nel cuore, la sua esistenza e non la sua morte, e seguirne l’esempio con la stessa inflessibilità e determinazione.

Corrado Venti

 

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